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di Damiano Aliprandi

Il Dubbio, 3 giugno 2026

Dal 23 maggio il detenuto E.C. ha iniziato lo sciopero della fame nel carcere di Pavia. La protesta estrema nasce dalla negazione del diritto alla telemedicina e dal mancato accesso ai colloqui con il suo specialista psichiatra di fiducia. Un caso seguito da vicino dall’associazione Yairaiha. Il prossimo 9 giugno l’avvocato difensore affronterà un’udienza con il magistrato di sorveglianza, il quale non ha ancora fornito alcuna risposta alle istanze presentate. Il caso di E.C. porta alla luce le enormi difficoltà che i detenuti affrontano quotidianamente per veder garantita la propria salute. L’uomo si trova in regime di privazione della libertà senza alcuna soluzione di continuità dal 15 novembre del 2021.

Da tempo avverte la necessità stringente di un supporto sanitario specifico e di una valutazione clinica approfondita per tutelare il proprio equilibrio psicofisico. Per questa precisa ragione ha chiesto di farsi seguire da uno specialista di sua fiducia, un medico qualificato in psichiatria e medicina del lavoro. La direzione dell’istituto penitenziario lombardo aveva in un primo momento rilasciato il nulla osta, autorizzando l’ingresso del curante nella struttura. Un passo formale che lasciava intravedere una rapida e serena soluzione del problema. Da quel preciso istante la macchina burocratica si è completamente arenata. L’autorizzazione firmata dal direttore non ha prodotto alcun risultato concreto.

Nessun componente del personale medico interno alla casa circondariale ha dato seguito alla pratica, rendendo di fatto impossibile l’incontro tra il paziente e lo specialista. A rendere la situazione ancora più ingarbugliata si è aggiunta la distanza geografica. Il medico risiede e lavora a Bologna, a centinaia di chilometri dalla città lombarda. Un simile ostacolo logistico rende obiettivamente complicata una presenza fisica costante in istituto, specialmente se viene a mancare una collaborazione attiva da parte dell’area sanitaria penitenziaria. Di fronte a questa inerzia prolungata, la difesa ha deciso di percorrere la strada della telemedicina.

Il 2 marzo del 2026 l’avvocato difensore ha depositato una formale istanza di autorizzazione indirizzata al magistrato di sorveglianza. Chiede di autorizzare i colloqui tra E.C. e il medico tramite gli strumenti del videocollegamento o della telemedicina. Il carcere rappresenta un ambiente complesso dove il disagio mentale rischia di acuirsi rapidamente se non viene monitorato da personale esperto e di fiducia del paziente. Una corretta valutazione psichiatrica è una necessità vitale per prevenire gesti autolesionistici e garantire un percorso detentivo dignitoso. La scelta di affidarsi a uno specialista esterno, peraltro regolarmente autorizzato, nasce proprio dalla volontà di affrontare il percorso clinico con la massima serietà. La telemedicina è stata introdotta nel dibattito pubblico come la soluzione ideale per superare le barriere architettoniche e le mancanze di organico delle carceri italiane, eppure nei fatti la sua applicazione, in diverse carceri, resta ancora una chimera bloccata da cavilli.

Mentre la richiesta dell’avvocato rimane ferma sulla scrivania della magistratura in attesa di un pronunciamento che non arriva, il tempo passa inesorabilmente. Il paradosso dei permessi concessi e il rifiuto inspiegabile della direzione E.C. ha provato a smuovere le acque in prima persona. Ha preso carta e penna indirizzando una lunga e dettagliata richiesta alla direzione della casa circondariale di Pavia. L’obiettivo è ottenere una via di uscita pratica rispetto all’attivazione dei protocolli formali di telemedicina. Il recluso ha spiegato di non avere alcuna certezza sulla concreta disponibilità di tale servizio all’interno dell’istituto. Ha chiesto di poter effettuare colloqui telefonici e videochiamate ordinarie con il professionista incaricato. Per dare fondamento alla sua istanza ha citato con grande precisione i pilastri del nostro ordinamento.

Ha fatto riferimento all’articolo 32 della Costituzione, la norma primaria che garantisce il diritto fondamentale alla salute anche in ambito detentivo. Ha menzionato la legge 354 del 1975, il nostro ordinamento penitenziario, richiamando gli articoli 15 e 18 che prevedono e favoriscono i contatti con l’esterno. Ha inserito nel suo ragionamento logico l’articolo 11, che tutela l’assistenza sanitaria delle persone detenute. Ha proposto le chiamate a distanza come uno strumento alternativo e integrativo rispetto alla telemedicina vera e propria. Voleva solo potersi confrontare con il medico in tempi rapidi. Ha soprattutto fatto notare alla direzione che la questione toccava un diritto inalienabile e che un eventuale diniego avrebbe richiesto una motivazione adeguata ai sensi di legge. La risposta arrivata dal carcere segna una battuta d’arresto incomprensibile. La direzione ha rifiutato la possibilità di effettuare le telefonate e le videochiamate con lo specialista di fiducia. Eppure sulla carta il medico è autorizzato a curare il paziente e ad accedere alla struttura. Nella pratica ogni via di comunicazione viene sbarrata senza fornire una giustificazione accettabile per un simile impedimento. Il detenuto si trova schiacciato tra un’autorizzazione teorica e un diniego pratico che gli impedisce di curarsi adeguatamente.

Il corpo come strumento estremo di protesta in attesa del tribunale - Queste porte chiuse a doppia mandata hanno spinto E.C. a prendere la decisione più drastica e sofferta. Sentendosi isolato dalla direzione e ignorato dal magistrato di sorveglianza, ha smesso di nutrirsi. Il 23 maggio ha segnato l’inizio della sua protesta. Lo sciopero della fame rappresenta il grido di allarme di chi non ha altri mezzi a disposizione. È un atto pacifico e doloroso di chi decide di usare il logoramento del proprio corpo per denunciare una palese ingiustizia e attirare l’attenzione di un apparato chiuso in sé stesso. Il fisico di un uomo costretto in cella, già messo alla prova da oltre quattro anni di detenzione ininterrotta, si sta progressivamente indebolendo giorno dopo giorno. L’udienza fissata per il 9 giugno sembra una meta irraggiungibile per chi rifiuta il cibo. Quell’appuntamento davanti al magistrato di sorveglianza dovrà servire a sbloccare l’autorizzazione per la telemedicina o per le videochiamate. Il ritardo accumulato in questi mesi ha già causato un danno evidente alla persona, costringendola a un digiuno che mette a repentaglio la sua stessa vita. Il sistema carcerario mostra in questa vicenda tutte le sue contraddizioni interne e le sue carenze strutturali. A fronte di una richiesta legittima di cure, si risponde con la lentezza e con la negazione, ignorando le conseguenze devastanti che simili comportamenti generano sulle persone più vulnerabili.

Le istituzioni preposte dovrebbero intervenire tempestivamente prima che lo sciopero della fame comprometta in modo irreparabile la salute di E.C. Il tempo a disposizione stringe e ogni ora che passa aggrava il quadro clinico di chi ha scelto il digiuno come forma estrema di dialogo con le autorità. La speranza è che il magistrato di sorveglianza anticipi la sua decisione o che la direzione del carcere ritorni sui propri passi, concedendo quelle videochiamate che non comportano alcun rischio per la sicurezza dell’istituto ma che rappresentano una boccata d’ossigeno per il detenuto. La battaglia pacifica in corso al penitenziario di Pavia è il sintomo di un malessere che necessita di risposte immediate e non di ulteriori rinvii. Ma non è un caso eccezionale, il problema della cura sanitaria nelle carceri è diffuso. Il sindacato delle professioni sanitarie, il Coina, ha diffuso un report sulla situazione della sanità penitenziaria italiana parlando di “territori di guerra per chi cura”, denunciando il fatto che un infermiere può trovarsi solo con 600 detenuti.