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di Tiziana Maiolo

Il Dubbio, 4 settembre 2025

Ma allora si può fare. Si può mandare, in alcune situazioni, un detenuto a scontare la pena al domicilio con la motivazione che in carcere non c’è posto, c’è un eccesso di folla. Era già accaduto, durante la pandemia da Covid, per il timore del contagio, con un decreto del ministro. Ma oggi lo decide, con una motivazione decisamente innovativa e che richiama al sovraffollamento, il tribunale di sorveglianza di Torino. Il detenuto, con una condanna a quattro anni, era obeso e soffriva di patologie cardiache, ciononostante le sue condizioni erano state ritenute compatibili con il carcere dal giudice di sorveglianza. Ma a un successivo ricorso al tribunale, era avvenuto il “miracolo”.

Il penitenziario Le Vallette di Torino, cui il condannato era destinato, presentava numeri da far paura: 1.466 posti occupati su una capienza massima di 1.117. Impossibile trovare altra disponibilità in una situazione da galline in allevamento. Un clima incompatibile per una persona di salute già precaria, per quanto teoricamente curabile anche in carcere. Ecco quindi la motivazione della sentenza: se non c’è posto, si sta a casa. La speranza ora, con la carceri italiane con un tasso di sovraffollamento pari al 134%, è che il caso singolo faccia scuola e determini una sorta di contagio che moltiplichi i casi.