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di Francesca Spasiano

Il Dubbio, 13 aprile 2026

La pena di morte non muore mai. Anzi: in alcuni stati il numero delle esecuzioni continua a crescere. E si allunga persino la lista di Paesi che applicano la condanna più dura. Da ultimo con la legge appena approvata in Israele, che prevede la pena di morte per i soli palestinesi condannati per “terrorismo”. E prima ancora con il cambio di rotta degli Stati Uniti, che dopo la flessione impressa dall’amministrazione Biden hanno rimesso in moto la macchina della morte appena Donald Trump ha messo piede alla Casa Bianca.

Per il presidente americano sarebbe una questione di deterrenza contro i crimini più efferati, anche se nessuno studio ha mai dimostrato che quella capitale sia una pena efficace nel prevenire i reati. Mentre i dati mostrano limpidamente l’impennata a cui gli Usa hanno contribuito nell’ultimo periodo, con l’aumento delle esecuzioni eseguite negli Stati in cui questa è prevista. Nel 2025 ce ne sono state 47, di cui buona parte in Florida. Che da sola ha approvato cinque nuove leggi volte ad ampliare l’uso della pena di morte e a contestare i precedenti della Corte Suprema.

Altri sette Stati hanno approvato leggi che aumentano la segretezza, modificano i protocolli e le procedure di esecuzione, estendono i criteri di ammissibilità alla pena di morte e limitando i ricorsi post-condanna. E i metodi utilizzati (plotone, sedia elettrica, gas o iniezione letale) continuano a destare preoccupazione per la loro crescente “crudeltà”, secondo uno studio riportato dal Death Penalty Information Center. Il quale però registra una sempre maggiore riluttanza da parte delle giurie a infliggere condanne a morte e un orientamento sempre più favorevole all’abolizione da parte dei cittadini americani.

La pena di morte come arma di repressione - Fin qui i democratici Stati Uniti. Poi ci sono i Paesi che storicamente svettano nella classifica della morte, con la Cina che resta stabilmente al primo posto per numero di esecuzioni: migliaia all’anno secondo le stime delle organizzazioni per i diritti umani, che provano a intercettare numeri e casi tenuti rigorosamente segreti. L’Iran fa tristemente caso a sé, con la gru per le impiccagioni che torna in piazza ad ogni nuova ogni ondata di proteste. Confermando come la pena di morte resti una potente arma di repressione del dissenso. “Una guerra della nazione contro un suo cittadino”, per dirla con le parole di Cesare Beccaria.

I dati Amnesty - Secondo l’ultima panoramica mondiale offerta da Amnesty International, gli Stati abolizionisti sono 113; 23 non eseguono condanne a morte da almeno 10 anni o hanno assunto l’impegno a livello internazionale a non ricorrere alla pena capitale; altri 9 stati hanno cancellato la pena di morte per i reati ordinari. In totale, 145 stati hanno abolito la pena di morte nella legge o nella prassi; 54 stati la mantengono in vigore, ma quelli che eseguono condanne a morte sono un terzo. In base all’ultimo rapporto disponibile, pubblicato ad aprile 2025, nel 2024 il numero di esecuzioni a livello globale ha raggiunto il livello più alto dal 2015, con oltre 1500 persone messe a morte in 15 stati. La maggior parte delle esecuzioni è avvenuta in Medio Oriente. Ma i dati complessivi non includono la Cina. Iran, Iraq e Arabia Saudita hanno totalizzato, insieme, 1380 esecuzioni, rendendosi responsabili dell’aumento delle esecuzioni come strumento di repressione sui gruppi marginalizzati (come i curdi, gli afgani e i beluci in Iran o gli sciiti in Arabia Saudita). I numeri aggiornati sul 2025 saranno resi noti prossimamente, ma lo scorso ottobre Amnesty ha fornito una prima stima in occasione della Giornata mondiale contro la pena di morte. “Negli ultimi anni, ancora di più negli ultimi mesi - ha spiegato Amnesty -, l’uso della pena di morte si è intensificato in un contesto globale caratterizzato da insicurezza, instabilità politica ed economica e, in alcuni stati, da operazioni militari. In uno scenario nel quale lo stato di diritto e il rispetto del diritto e degli standard internazionali sui diritti umani si vanno indebolendo, l’aumento delle esecuzioni mostra tanto l’arbitrarietà della pena di morte quanto la politicizzazione del suo uso. Nei primi nove mesi del 2025 le esecuzioni hanno raggiunto livelli allarmanti in alcuni stati: il numero delle esecuzioni registrate nell’intero 2024 è stato superato o è persino raddoppiato”. Solo alla fine di settembre 2025, in Iran erano state superate le mille esecuzioni. Tre stati hanno ripreso a eseguire condanne a morte: Emirati Arabi Uniti, Giappone e Taiwan. “I reati per i quali vengono emesse le condanne a morte, al termine di processi gravemente irregolari, riguardano presunte minacce alla sicurezza dello stato, appartenenza a gruppi terroristi o, nel caso dell’Iran soprattutto dopo la “guerra dei 12 giorni”, lo spionaggio in favore di Israele”. A lanciare l’allarme, per il 2025, è stato anche l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani, che lo scorso gennaio ha denunciato l’uso spropositato (e illegale) di condanne a morte per reati legati alla droga. Qualche segnale incoraggiante arriva dal Vietnam, che ha eliminato la pena di morte dal codice penale per otto reati. Mentre in Malesia sono state commutate oltre mille condanne e il governo ha annunciato la proroga della moratoria istituita nel 2018.