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di Massimo Basile

La Repubblica, 25 marzo 2023

Si allunga la lista degli Stati che preferiscono sparare ai detenuti invece di ricorrere all’iniezione legale. Riportando indietro il Paee di duecento anni. Non tutti vorranno vedere qualcuno che spara sul petto a un condannato a morte, giustiziandolo, ma la scena potrebbe diventare meno rara. E soprattutto legale. L’Idaho si è aggiunto a Mississippi, Utah, Oklahoma e South Carolina, tra gli Stati che prevedono il plotone d’esecuzione.

È stata approvata una legge che rimanda indietro di duecento anni. I difensori della svolta, tra cui alcuni giudici della Corte Suprema, sostengono che sparare a un detenuto sarà meno crudele e doloroso dell’iniezione letale, e non rischia di fare cilecca. Mentre con l’iniezione ci sono stati casi in cui il condannato ha dovuto soffrire per ore perché il boia non era riuscito a trovare la vena giusta, con un colpo al petto la “pratica” verrebbe archiviata in fretta.

L’ultimo a essere fucilato negli Stati Uniti non risale ai tempi del generale Custer ma quando alla Casa Bianca c’era ancora George W. Bush: è stato Ronnie Lee Gardner, il 18 giugno del 2010, nella prigione di stato dello Utah. Nato da genitori alcolizzati, molestato da piccolo, Gardner era stato arrestato per l’omicidio di un barista a Salt Lake City. Durante il processo, in un tentativo di fuga, aveva ucciso il procuratore Michael Bardell.

Il 22 ottobre dell’85 venne condannato a morte, ma dovette aspettare venticinque anni per chiudere i conti. Era stato lui a scegliere il plotone. Da quando era stata ripristinata la pena di morte negli Usa, solo due condannati erano stati fucilati e sempre nello Utah: Gary Gilmore nel ‘77 e John Albert Taylor nel ‘96. Poi arrivò il giugno del 2010. La sera del 15 gugno Gardner aveva consumato il suo ultimo pasto, a base di bistecca, Seven Up, torta di mele, gelato alla vaniglia e aragosta. Poi, da osservante mormone, Gardner aveva cominciato un digiuno di 48 ore, guardando la trilogia del “Signore degli Anelli”.

Il giorno dell’esecuzione, il 18 giugno, venne legato a una sedia, circondato da sacchi di sabbia. Sul petto, all’altezza del cuore, aveva un bersaglio. Cinque membri dello staff della prigione erano stati sorteggiati tra i volontari. A loro era spettato il compito di sparare da otto metri con fucili calibro 30. Due minuti dopo, Gardner era stato dichiarato morto. Su sua richiesta, non c’erano testimoni. Dei cinque fucili, uno era stato caricato a salve, in modo da lasciare il dubbio su chi avesse sparato il colpo fatale.

Secondo l’agenzia Ap, che cita il Death Penalty Information Center, no-profit di Washington, lo Utah è stato finora l’unico Stato a usare il plotone negli ultimi cinquant’anni. L’Idaho potrebbe diventare il secondo, ma non è automatico, perché la legge prevede il ricorso ai fucili solo nel caso non vengano trovati i farmaci per l’iniezione letale e l’esecuzione sia stata rinviata troppe volte. Sembra un paradosso nell’America in cui la gente si intossica di medicinali, ma è la realtà.

Da quando l’iniezione è diventata, vent’anni fa, la prima opzione per eseguire le condanne a morte, molte compagnie farmaceutiche le hanno vietate, sostenendo di averle prodotte per salvare vite, non per toglierle. Serve un cocktail a base di tiopentale, un barbiturico, pancuronio, un anestetico, e il cloruro di potassio, cioè il sale di potassio. Alcuni Stati hanno scelto di passare a farmaci più facilmente reperibili, come il pentobarbital o il midazolam, ma producono una morte lenta e crudele.

Le alternative sono state la sedia elettrica e la camera a gas. Da tempo la fucilazione comincia a essere considerata più “umana”. Lo pensa anche la giudice della Corte Suprema Sonia Sotomayor, progressista. Con la fucilazione, dicono i suoi difensori, non c’è l’incognita della chimica, ma la certezza della meccanica e la concretezza del piombo: il proiettile penetra il cuore, lo spezza, provoca uno stato di stordimento e il condannato muore dissanguato. Con l’iniezione il detenuto viene paralizzato, ma non stordito.

In realtà, alcuni anestesisti sostengono che il condannato possa vivere dieci secondi atroci dopo la fucilazione, specie se il proiettile frattura la colonna vertebrale”. In più c’è lo spargimento di sangue, che potrebbe traumatizzare i parenti delle vittime e gli addetti alla fucilazione, ai quali tocca poi pulire la stanza. Ma resta, per stastistica, infallibile.

Un ricercatore di Amherst College, Austin Sarat, ha studiato le 8776 esecuzioni avvenute negli Stati Uniti tra il 1890 e il 2010 e scoperto che 276 si erano rivelate un pasticcio. Di queste, la maggior parte erano per iniezione, le altre per impiccagione o sedia elettrica. Le trentaquattro volte in cui era stato usato un plotone d’esecuzione, era andato tutto come da programma. Secondo il Death Penalty Information Center, un precedente sfortunato c’è: risale al 1879, sempre nello Utah, quando i fucilieri mancarono il cuore di Wallace Wilkerson, il quale morì dopo ventisette minuti di pene atroci. Problema “superabile”, secondo uno dei giudici conservatori della Corte Suprema, Neil Gorsuch, che ha ricordato come la Costituzione americana, in fondo, non garantisca al prigioniero una morte indolore.