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di Riccardo Noury


Corriere della Sera, 22 aprile 2020

 

Il rapporto sulla pena di morte nel mondo diffuso oggi da Amnesty International conferma che il numero delle esecuzioni note continua a diminuire: erano state 690 nel 2018, sono state 654 lo scorso anno. Esecuzioni note, sottolinea l'organizzazione impegnata da decenni nella campagna per abolire la pena capitale, poiché come sempre mancano i numeri della Cina, che Pechino si ostina a non rendere noti. Si stima che le persone messe a morte siano migliaia ogni anno.

Il Medio Oriente, regione in cui c'è un deficit complessivo di tutela dei diritti umani, continua a essere l'area più resistente alla tendenza abolizionista. Nel 2019 le esecuzioni sono rimaste stabilmente alte in Iran (251) e addirittura raddoppiate in Iraq (da 52 a 100), ma è l'Arabia Saudita ad aver raggiunto un triste record con 184 esecuzioni, mai così tante da quando, nel 2000, Amnesty International ha iniziato a contarle. Complessivamente, diminuiscono le esecuzioni nel continente asiatico e nell'Africa subsahariana, dove alcuni governi si sono impegnati in direzione dell'abolizione della pena di morte.

Stati Uniti (22 esecuzioni) e Bielorussia (tre) restano le eccezioni in due continenti, le Americhe e l'Europa, che sarebbero altrimenti liberi dalla pena capitale. Ma proprio dagli Usa arrivano dall'anno scorso due buone notizie: il governatore della California ha disposto una moratoria sulla pena di morte (è lo stato col più popolato braccio della morte) e quello del New Hampshire l'ha abolita, seguito quest'anno dal Colorado. In totale, sono 20 i paesi che hanno fatto ricorso alla pena di morte nel 2019. Un'esigua minoranza a fronte dei 142 che l'hanno abolita, 106 dei quali per tutti i reati.