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di Marcello Aprile

treccani.it, 16 dicembre 2024

Per indicare i luoghi di restrizione in cui sono rinchiuse le persone private della libertà personale l’italiano ha diverse parole e una sinonimia molto sviluppata. Una, già medievale, è galera, che è uno sviluppo del greco bizantino γαλέα ‘nave da guerra’ (la trama semantica a cui vanno incontro galea e galera è un po’ tortuosa ma molto interessante e varrà la pena di tornarci). Anche la seconda parola, prigione, in italiano non è autoctona ma un antichissimo prestito del francese prison che ricorre già nel Ritmo lucchese del XIII secolo, nella forma prescione. Poi ci sono le parole locali, tra le quali la più famosa ci sembra (er ‘il’) gabbio, che è il modo in cui questo luogo di restrizione è chiamato a Roma e nel Lazio. Infine, e su questo si concentrerà d’ora in poi la nostra attenzione, c’è carcere, che tra tutti i sinonimi che abbiamo detto è quello “autoctono”, dato che non è entrato nella lingua italiana solo a partire dal Medio Evo ma è più antico, essendo parte del patrimonio ereditario, del fondo latino della nostra lingua: in altre parole, carcere si è sempre detto, in qualunque epoca di quella lunghissima linea del tempo che dalla Roma antica porta fino a noi, anche se nell’Urbe dei tempi di Cicerone il significato primario era quello di ‘recinto’, da cui arrivare a quello di ‘prigione’ è facilissimo.

Il successo della parola non vale solo per l’italiano, peraltro: la parola latina carcer continua in tutte le lingue neolatine con l’eccezione del rumeno, dal francese all’occitanico, fino al catalano, allo spagnolo e al portoghese, come documentano i dati del Lessico Etimologico Italiano (LEI).

Il carcere, la carcere - Assodato che la parola latina ha un grande successo nelle lingue romanze, la difficoltà, piuttosto, sta nel genere, che nella lingua madre è maschile: in portoghese cárcere conserva il genere maschile, ma in francese (in cui chartre sopravvive fino al Settecento) e nell’occitanico antico carcer, charcer il genere è femminile e il catalano e lo spagnolo, come l’italiano, presentano nella loro storia forme sia maschili sia femminili.

E in italiano? Qui il discorso si fa complesso, perché oggi si è affermato con decisione il maschile il carcere, ma in passato il femminile esisteva eccome, tanto che, per dirne qualcuna, nella Firenze della prima metà del Trecento il Commento in volgare all’Arte di amare di Ovidio dice “comandò Minos che fusse fatta una carcere, chiamata poi Laberinto”, il predicatore pisano Domenico Cavalca, nello stesso periodo, esclama “Esci di questa carcere, anima, escine, perché temi?”, nel Cinquecento lo scrittore Pier Francesco Giambullari parla di “la carcere di Carlo Semplice”, la carcere era una forma normale anche per Cesare Beccaria e persino D’Annunzio, in pieno Novecento, scrive “Giunti alla porta della nostra carcere”. Se il singolare però oggi è indiscutibilmente il carcere, il plurale in italiano corrente è le carceri, al femminile, anche se la variante maschile i carceri, decisamente meno corretta, esiste ed è molto diffusa.

Prigioni, recinti, luoghi opprimenti - La prima attestazione scritta di questa parola è in un testo poetico didattico-religioso della prima metà del Duecento lombardo, l’Istoria del cosiddetto “Pseudo Uguccione”: “Et en carcer et en preson / Sostene fiera passïon / De grand mal et enfirmitate”. Come poesia, probabilmente, non è un granché, ma la testimonianza è preziosa per via della sua antichità ed è la prima che conosciamo per un testo non scritto in latino. E la parola è attestata da un capo all’altro della penisola. Il milanese Bonvesin de la Riva verso la fine del Duecento parla di un “om cativo” che qualcuno “met in carcere”; il fiorentino Giovanni Villani parla, qualche decennio dopo, di un uomo messo “in carcere in una gabbia di ferro”; gli Statuti catanesi dei monaci di Santa Maria di Licodia e San Nicola di la Rina (siamo nel 1344 circa) prescrivono che per una certa disobbedienza il colpevole “sia misu in carceri”. Carcere è usato anche dal padre della lingua italiana, Dante, che nel canto XXXIII dell’Inferno scrive “Come un poco di raggio si fu messo / nel doloroso carcere, e io scorsi / per quattro visi il mio aspetto stesso, / ambo le man per lo dolor mi morsi”.

La semantica della parola conosce vari aspetti interessanti: il significato di base è sicuramente quello di ‘prigione’ come luogo (o quello connesso di ‘prigionia, detenzione’), ma in vari volgari antichi e dialetti moderni sopravvive sorprendentemente anche l’altro significato latino, ‘recinto, stalla’, che nella lingua nazionale è estinto; in alcuni dialetti italiani (proseguono le sorprese) carcere può significare anche ‘cantina’ e ‘parte del mulino dove scorre l’acqua’.

I significati metaforici, invece, sono intuitivi. Nell’italiano medievale la concezione cristiana vedeva il corpo umano come carcere dell’anima (corporal carcere, come lo chiama Boccaccio, o terreno carcere, Petrarca); il carcere mondano non è altro che la vita terrena, la parola arriva spesso e volentieri a designare l’Inferno o i gironi infernali e in svariati casi assume il senso di ‘condizione dell’uomo oppresso da mali o vizi’. Diffusissimo e moderno (ma affermato già dal Cinquecento) è il significato di ‘luogo opprimente, in cui si deve stare per forza, contro la propria volontà’. La parola su questo al poeta triestino Umberto Saba: “Anche gli è a noia la casa patema, / un carcere la scuola”.

Non solo carcere - Dalla base carcere nascono svariate parole: carcerare (ma è più frequente il prefissato incarcerare), da cui i nomi di azione carceramento e carcerazione (il secondo, come sappiamo, ha vinto la lotta darwiniana e ha relegato l’altro a una curiosità storica) e i nomi d’agente carceratore e carceriere (stesso ragionamento), tra i participi sostantivati l’inconsueto carcerante e il fondamentale carcerato. Una curiosità d’autore è la coniazione carcerite ‘mentalità acquisita con il carcere prolungato’, dovuta ad Antonio Gramsci. Non mettiamo in questa lista carcerario che viene da un’altra base latina, carcerarius.

Infine, chiudiamo questa carrellata con alcune curiosità. Carcere di massima sicurezza, quello in cui sono rinchiusi detenuti giudicati pericolosi e con detenzioni lunghe, non è una formula italiana, ma come osserva il LEI, un calco sull’inglese americano maximum security prison (dal 1983, Cortelazzo-Cardinale). Carcere durissimo e carcere duro sono termini storici che si riferiscono a forme di detenzione con aggravamenti di pena del sistema austroungarico, ma il secondo è largamente usato anche oggi in riferimento al cosiddetto 41bis. Radio carcere è una forma scherzosa che designa, nelle carceri, lo scambio di informazioni e di notizie interne; da tempo è anche curata da Riccardo Arena che ogni martedì sera alle nove offre uno spazio alle diverse voci dell’universo carcerario italiano, comprese quelle che normalmente non ne hanno una.

I dati sono ricavati dal Lessico Etimologico Italiano fondato da Max Pfister e diretto da Elton Prifti e Wolfgang Schweickard, dal Grande dizionario della lingua italiana di Salvatore Battaglia e Giorgio Barberi Squarotti, dal Dizionario etimologico della lingua italiana di Manlio Cortelazzo e Paolo Zolli (nell’edizione a cura di Michele A. Cortelazzo) e dal Tesoro della lingua italiana delle origini fondato da Pietro Beltrami e oggi diretto da Paolo Squillacioti.