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di Patrizia Chianese

treccani.it, 16 dicembre 2024

Nella “calda estate del 2017”, è stato attivato un laboratorio di poesia all’interno della Casa Circondariale “Regina Coeli”, il “carcere” di Roma. Un luogo atipico per quanto riguarda la creazione poetica, ma solo in apparenza, vista la grande diffusione della poesia fra i detenuti. Una particolarità dell’espressione artistica evidentemente liberatoria e libertaria ed espressione di quella resilienza fondamentale per chi è recluso e vive una condizione di disagio fisico e morale. L’attività del laboratorio, da me curato, nasceva all’interno del progetto Break Point Poetry, promosso dall’Assessorato alla Cultura di Roma Capitale, in occasione delle manifestazioni dell’Estate Romana e svoltosi in tre anni, dal 2017 al 2019. Tale progetto, oltre a prevedere dei reading di poesia proposti in diversi luoghi della Capitale al fine di coinvolgere e avvicinare le persone comuni alla ricerca e ricezione poetica, era affiancato dal citato laboratorio di poesia, realizzato in carcere, attraverso il quale i detenuti di Regina Coeli partecipavano all’attività poetica, in modo attivo e coinvolgente, scrivendo poesie sulla base di argomentazioni proposte e con la realizzazione finale di un reading annuale in cui venivano lette le loro creazioni poetiche.

Nell’ambito del laboratorio sono stati proposti ai detenuti una serie di importanti poeti nazionali e internazionali, attraverso degli elaborati didattici dove, oltre alla biografia e alla poetica, sono stati indicati dei temi di confronto che hanno toccato in qualche modo la personale esperienza del detenuto stesso. Ad esempio, per quanto riguarda Emily Dickinson, è stato individuato il tema del mondo interiore che nasce dalla percezione delle piccole cose, esprimendosi poi in poesia. Per Giuseppe Ungaretti, quello della solitudine e la solidarietà fra gli esseri umani, di fronte all’immensità dell’Universo. Temi e sentimenti che, nella condizione di sofferenza, sono stati recepiti in modo intenso e vero.

Nel periodo di attività del laboratorio in carcere sono venuta a conoscenza dell’attività poetica di un detenuto in particolare, che mi ha colpita e coinvolta, Giampiero Cassarà, tanto da fare in modo di impegnarmi nella realizzazione di un libro di sue poesie scritte in carcere per la collana “Fuoricentro”, realizzato anche grazie alla lungimiranza di Manfredi edizioni, uscito nel giugno 2019, quando Cassarà era ormai fuori dal carcere, avendo finito di scontare la sua pena.

Il titolo della collana dà immediatamente l’idea di “oltre”, di “altro”, al di là della periferia e della marginalità. Fuori dal centro riconosciuto e spesso, proprio per questo, superato, in funzione di un altro centro. Nel “Fuoricentro” si pone una nuova centralità, la parola poetica di Giampiero Cassarà, che acquisisce una sua prorompente fisicità e specificità. Una sua struttura immaginaria e visiva che inesorabilmente trascina, volenti o nolenti, dentro le sue (Manfredi edizioni, 2019), come recita il titolo della raccolta. Notti che aspirano ad una rinascita, data da un viaggio profondo nella notte stessa. Quella più viva e creativa di chi ha una grande speranza e una profonda fiducia nella forza rinnovatrice dell’animo umano. Notti di attesa verso un’alba di redenzione che non può che passare, nel caso di Cassarà, attraverso la parola poetica.

Il punto di vista quindi non è più quello della marginalità e dell’umanità assoggettata, propria delle “Notti d’alba” di Céline, ma è quello della rinascita imposta dalla parola stessa di Cassarà. Dai suoi voli visivi in una Roma confusa e speciale, dalle sue preziose dediche familiari, dai suoi sogni stellati segnati dall’essere dentro le mura. Dall’isolamento della prigione che lo porta però a rincorrere il verso lungo traiettorie immaginarie di grande potenzialità liberatoria.

La poetica di Cassarà corrisponde ad una sensazione di vissuto inconscio scandito da bisogni affettivi profondi ed eccessivi. La visione onirica della vita stessa è resa con ariosa condiscendenza scegliendo frasi assolute e quasi malinconiche, spesso ironiche, che toccano corde emotive e pensieri profondi. Gli affetti familiari sono il leit motiv di quasi tutta la sua produzione poetica, accarezzati in vari aspetti, accuratamente condivisi con il lettore con dolcezza e decisione. La parola poetica di Cassarà è spesso discontinua, quasi ogni frase riportata verso sé stessa, dinamica ma anche statica, oscura a volte, deliberatamente provocatoria.

Un grido perso nella bocca - Il verso poetico di Cassarà si insinua nella mente, fecondando i pensieri verso prospettive tematiche di grande spessore umano e induce al sentimento più profondo, quello che porta al superamento della retorica per vivere dentro di noi le stesse ansie, le stesse paure, le stesse disillusioni e solitudini di un uomo-poeta. Uomo e poeta, che comunica con la sua poetica anche una grande ironia verso le cose della vita.

Senza ombra di dubbio quella di Cassarà non è stata una vita facile, una vita che oggi egli stesso riscatta con il sacrificio e la fatica del suo vivere quotidiano e mediante i contesti creati dalla sua parola poetica. Quella urbana e liberatoria dei luoghi incontrati così come quella tenera e diradante degli affetti familiari. La madre e la figlia in primo luogo che diventano quasi un archetipo dell’amore tout court. Profondo, unitario che induce al pensiero. Un pensiero espresso in visioni poetiche assolute e disturbanti. Nella poetica di Cassarà, infatti, il linguaggio è tagliente, fortemente schematico, affidato ad una linea complessa e alle volte compressa, nella visione assoluta che riguarda però anche le piccole cose, gli aspetti molteplici dell’esistenza umana. Forte il suo sentimento verso la madre, alla quale spesso fa riferimento, come nella poesia a lei dedicata, L’Universo:

[…]

Sei qualcosa che non esce dalla mente

Non per niente è facile

fartela toccare troppo fitta e nessuno la può controllare

Nemmeno un grido che sceglie e poi si perde nella bocca

Una piccola goccia

che divide gli oceani nella gioia

Una piccola foglia cresce e mette a dormire una foresta nell’anima

Che farà respirare noi due

[…]

Ancora, nella poesia L’albero e l’assassino, la malinconia dell’essere emarginato si sposa con la critica alla società nella quale si sente assente:

[…]

Ma ho sensazione \ di essere nato per qualcosa

Sarà il vento … le stelle … la durezza a inventarmi vero.

E non è come la gente sempre più finta

E inutile portarmi \ allo stesso silenzio

Di molti critici

Troppe chiacchiere troppi esempi

Troppe ripetizioni

O la voce distaccata nell’aria

[…]

Di sicuro il linguaggio poetico di Cassarà è originale e profondo, tanto più perché nato in un ambiente certamente ostile ad ogni manifestazione artistica e ad ogni tentativo di fuga dalla propria condizione di restrizione fisica e mentale, maggiormente importante proprio per questa sua “fuga” in avanti rispetto alle convenzioni e alla retorica.