di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 2 maggio 2026
Dopo l’incontro a Via Arenula le Camere penali denunciano: sparite le questioni centrali, dalle garanzie cautelari alla qualità del contraddittorio, dagli incarichi direttivi alla “voracità correntizia”. L’Unione delle Camere Penali critica la linea emersa dall’Associazione nazionale magistrati dopo l’incontro con il Guardasigilli e avverte: il confronto sulla giustizia rischia di essere ridotto ai soli temi dell’efficienza, con l’accantonamento delle riforme più incisive sul piano delle garanzie.
In una nota, l’Unione evidenzia come l’esordio del presidente dell’ANM, che ha affermato che si è tornati “finalmente a trattare dei problemi veri che affliggono la giustizia”, appaia come la dichiarazione del vincitore dello scontro referendario, tale da archiviare con sufficienza il programma di riforme dei partiti di maggioranza, liquidandolo come irrilevante. Secondo i penalisti, non si tratta solo di una caduta di stile, ma della pretesa di disegnare il perimetro del dibattito dopo averlo occupato come soggetto politico nella campagna referendaria.
Nel merito, le Camere Penali sottolineano come, fatta eccezione per il tema delle carceri - definito reale e drammatico ma ancora privo di risposte concrete da parte del governo - l’incontro si sia concentrato su questioni non divisive, come il ritorno all’oralità nel processo civile e l’aumento del numero dei magistrati e del personale amministrativo. Viene inoltre indicata come emblematica la trasformazione dell’ufficio del processo, originariamente concepito come supporto qualificato all’attività giurisdizionale e oggi, secondo i penalisti, utilizzato per sopperire alle carenze di organico amministrativo, con conseguente snaturamento della sua funzione.
Particolarmente critica è la valutazione sull’assenza di riferimenti alle riforme del processo penale. L’Unione segnala infatti la scomparsa delle prospettive affidate alla commissione di studio per la riforma del codice di procedura penale presieduta dal capo di gabinetto Mura, evidenziando come siano stati accantonati temi centrali quali le garanzie nella fase cautelare, l’effettività del diritto di difesa e la tutela della libertà personale, nonché la qualità del contraddittorio. Viene inoltre richiamato il mancato sviluppo di un processo penale telematico rispettoso del ruolo dell’avvocato.
Le Camere Penali denunciano anche il silenzio sui problemi dell’ordinamento giudiziario emersi nel dibattito referendario, tra cui la scarsa incisività della responsabilità disciplinare e l’inefficacia delle valutazioni di professionalità dei magistrati. Critiche anche alle modalità di attribuzione degli incarichi direttivi e semidirettivi. A questo proposito viene citato quanto avvenuto al Consiglio Superiore della Magistratura, dove il componente togato Andrea Mirenda ha parlato di una persistente “voracità correntizia”.
Secondo l’Unione, era prevedibile che l’ANM tentasse di circoscrivere il confronto al tema dell’efficienza, allontanando prospettive riformatrici capaci di affrontare la crisi di credibilità della magistratura. I penalisti richiamano quindi l’esigenza di non abbandonare il percorso di riforma del codice di procedura penale nel solco del modello liberale del 1988, sottolineando come le garanzie debbano trovare piena attuazione nelle regole del processo.
“Se davvero, come sostenuto dai detrattori della riforma costituzionale, le garanzie risiedono nelle regole del processo e non nell’assetto ordinamentale”, osservano le Camere Penali, “non si comprende perché si scelga di accantonare interventi ormai maturi”, fino al rischio di una “democrazia giudiziaria”. Nel documento si evidenziano tuttavia segnali di segno opposto provenienti dal Parlamento, con iniziative promosse da Enrico Costa e Stefania Craxi, cui si è aggiunta Giulia Bongiorno, volte a rilanciare il confronto su disegni di legge a contenuto garantista e a riaffermare la centralità del Parlamento.











