di Marco Tarquinio
Avvenire, 18 ottobre 2019
Da una parte personale scarso e poco considerato, dall'altra un disagio che si "sfoga" in violenze o suicidi. Il malessere crescente nelle celle italiane preoccupa autorità e sindacati. Qualcosa non va, al di qua e al di là delle sbarre. Se dall'inizio dell'anno si sono uccisi 10 agenti di Polizia penitenziaria e 36 detenuti; se alla festa della stessa Polizia tutti gli encomi rilasciati sono per aver salvato persone che avevano tentato il suicidio; se ieri a Torino si è proceduto all'arresto per tortura di 6 guardie del locale penitenziario: allora vuol dire che il male c'è ed è trasversale, di chi sta dentro come pure di chi è fuori.
"Dall'amministrazione penitenziaria arrivi un segnale forte - invoca anzitutto Antigone, associazione per i diritti e le garanzie nel sistema penale, dopo i fatti di ieri. Avevamo più volte segnalato negli scorsi mesi come il clima all'interno delle carceri andasse peggiorando e come cattivi maestri al potere stessero esacerbando il linguaggio, rendendo comprensivo se non addirittura benevolo l'uso e abuso di una violenza illegale, con il rischio che questa possa venire percepita come parte della pena stessa".
Ed è successo, in effetti. Ma non è l'unica lettura dei fatti, i sindacati per esempio presentano anche un altro lato del disagio carcerario, cioè lo "lo stato di abbandono e le continue frustrazioni, offese e aggressioni subite ogni giorno dalle donne e dagli uomini della Polizia penitenziaria in servizio nelle carceri italiane".
Lo dice il segretario generale del sindacato autonomo della polizia penitenziaria Osapp, Leo Beneduci, chiedendo che "il ministro della Giustizia assuma in prima persona l'onere di una riorganizzazione integrale del sistema penitenziario". "Quello dei suicidi è un tema trasversale che tocca i poliziotti penitenziari e i detenuti, realtà polarizzate che però si guardano e condividono la vita in carcere - osserva realisticamente Nicola D'Amore, delegato dell'altro sindacato Sinappe. Il nostro è un lavoro che incide sulla psiche, tossico. Se non si capisce che è il momento di andare dallo psicologo, si può arrivare a gesti estremi. Anche parlarne con i superiori è difficile; sembra che la cultura dominante sia quella che ci vuole a soffrire in silenzio". Per di più ci sono le carenze di organico: gli agenti sono circa 31mila, mentre ne servirebbero 37mila, per una popolazione detenuta di 60mila persone.
Un terzo sindacato, il Sappe, per bocca del segretario generale Donato Capece ricorda che "la Polizia penitenziaria, a Torino e negli oltre 200 penitenziari italiani per adulti e minori è formata da persone che hanno valori radicati, un forte senso d'identità e d'orgoglio, e che ogni giorno in carcere fanno tutto quanto è nelle loro umane possibilità per gestire gli eventi critici che si verificano quotidianamente, soprattutto sventando centinaia e centinaia suicidi di detenuti. Per questo sul caso torinese non si traggano giudizi affrettati senza aver atteso prima i doverosi accertamenti giudiziari".
"Nella sola Sicilia e nei primi 6 mesi del 2019 - rincara Gioacchino Veneziano, segretario regionale Uilpa - la Polizia penitenziaria ha gestito oltre 2.100 eventi critici (uno ogni 4 dei circa 6.500 reclusi nell'isola) tra cui atti di autolesionismo, manifestazioni di protesta, colluttazioni, tentati suicidi, tentativi di evasioni, ferimenti e altro. Ma non si sta facendo nulla per evitare il peggio. Per esempio negli ultimi anni si è registrato un sensibile incremento di detenuti affetti da malattie mentali e psicofisiche, che aumentano i rischi per l'incolumità degli agenti".
Anche la Fp Cgil interviene: "I fatti di Torino sono gravissimi e, se confermati, da condannare senza alcun tentennamento. Allo stesso tempo però non possono inficiare un corpo che tra mille difficoltà, dalla carenza di organico alle difficili condizioni di lavoro, rimane un presidio di legalità. Nelle carceri si vive una vera e propria emergenza. C'è bisogno di portare al centro dell'agenda politica del Paese lo stato in cui versano gli istituti penitenziari e, con loro, le lavoratrici e i lavoratori che ogni giorno svolgono un'attività difficile e complicata. Persone che avrebbero bisogno di maggiori tutele e attenzioni, a partire da un sostegno psicologico".










