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di Franco Insardà

Il Dubbio, 14 agosto 2026

Il carcere italiano è sempre più affollato, ma c’è un numero che più di altri dovrebbe interrogare la coscienza di chi governa e di chi amministra la giustizia: 14.829 persone detenute al 31 luglio 2026 non hanno ancora una condanna definitiva. Sono uomini e donne che, in misura diversa, si trovano ancora dentro un percorso giudiziario non concluso. Di questi, 8.963 sono in attesa del primo giudizio, mentre altri 5.866 sono condannati non definitivi: 3.407 appellanti, 1.741 ricorrenti e 718 con posizione mista. È una cifra enorme. Significa che quasi un detenuto su quattro della popolazione carceraria complessiva - 64.741 persone - si trova in carcere senza che la propria vicenda giudiziaria sia arrivata a una sentenza definitiva.

E soprattutto significa che, dietro la parola “sovraffollamento”, non ci sono soltanto numeri, metri quadrati e percentuali: ci sono migliaia di persone per le quali il processo non è ancora definitivamente terminato. Il dato va letto insieme a quello, drammatico, della disponibilità effettiva degli istituti, come denuncia l’Associazione Antigone nel suo XXII rapporto. Al 28 luglio i detenuti erano 64.741, a fronte di una capienza regolamentare dichiarata di 51.220 posti. Ma i posti realmente disponibili erano appena 46.343. Ne deriva un tasso di affollamento reale del 139,7 per cento. La capienza regolamentare, peraltro, continua a diminuire: al 31 luglio 2025 era indicata in 51.276 posti, 56 in più rispetto a oggi. E anche i posti che formalmente esistono ma che non possono essere utilizzati raccontano il progressivo deterioramento del sistema. Erano poco più di 4.000 nel giugno 2024, circa 4.500 alla fine di giugno 2025 e sono arrivati a 4.877 alla fine di luglio 2026. In altre parole, mentre la popolazione detenuta cresce, la disponibilità reale delle carceri si restringe.

È in questo scenario che il dato sulle persone senza condanna definitiva assume un significato ancora più pesante. Perché il principio della presunzione di non colpevolezza non è una formula astratta della Costituzione: dovrebbe tradursi in un uso realmente eccezionale della custodia cautelare. Invece 8.963 persone sono detenute in attesa del primo giudizio. Sono quelle per le quali il processo, nel suo primo passaggio, deve ancora stabilire se esista una responsabilità penale. Non si tratta di mettere in discussione la necessità della custodia cautelare quando ricorrono i presupposti previsti dalla legge. Il problema è un altro: chiedersi se sia accettabile che, in un sistema già al collasso, migliaia di persone siano private della libertà prima che la loro responsabilità sia definitivamente accertata. E chiedersi soprattutto quanto il carcere stia diventando, di fatto, una risposta automatica alle inefficienze e alla lentezza della macchina giudiziaria.

La fotografia di Antigone restituisce del resto un sistema penitenziario vicino al punto di rottura. I 64.741 detenuti a fronte di 46.343 posti realmente disponibili rappresentano un livello di affollamento che non si registrava da anni. In sei istituti i detenuti sono addirittura più del doppio dei posti disponibili. La contraddizione è evidente anche sul fronte delle pene. La quota di detenuti con un residuo compreso tra uno e tre anni è salita dal 33,7 al 34,6 per cento. Quella con meno di un anno è invece scesa dal 17,5 al 16,3 per cento. Da anni si discute della possibilità di utilizzare maggiormente le misure alternative e di comunità per ridurre la pressione sul carcere, soprattutto per chi ha pene residue brevi. Sono state annunciate caserme dismesse, percorsi differenziati, interventi per detenuti con problemi di dipendenza e per persone senza dimora.

Ma tra gli annunci e la realtà c’è un abisso. La realtà è quella di 64.741 persone stipate in strutture che possono realmente ospitarne 46.343. È quella di quasi 15mila persone con una posizione giudiziaria non definitiva. È quella di celle dove, in troppi casi, lo spazio vitale scende sotto il limite minimo. È quella di una popolazione detenuta che invecchia.

Il carcere, insomma, continua a riempirsi mentre le soluzioni restano sulla carta. E il dato sui detenuti senza condanna definitiva dovrebbe essere il punto da cui ripartire: non per indebolire la sicurezza, ma per ricordare che sicurezza e giustizia non possono coincidere con il carcere a ogni costo. Perché quando una persona è ancora in attesa del primo giudizio, o ha una condanna che non è diventata definitiva, lo Stato deve essere particolarmente rigoroso nel distinguere la necessità della custodia dalla trasformazione della custodia stessa in una pena anticipata. In un sistema già condannato dalla realtà del sovraffollamento, quella distinzione non è un dettaglio giuridico. È la misura della qualità dello Stato di diritto. E oggi i numeri dicono che quella misura è sempre più difficile da trovare.