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di Federico Cafiero de Raho

La Repubblica, 23 maggio 2022

La lotta al crimine deve essere transnazionale. E la verità sulle stragi è un obbligo del Paese. Trent’anni sono trascorsi dalle stragi di Capaci e via D’Amelio. Scene di guerra che il nostro Paese, in tempo di pace, non aveva mai vissuto. Non le dimenticheremo mai. Due magistrati e le loro scorte furono uccisi. Quei magistrati avevano rappresentato il rigore della lotta a Cosa nostra e avevano espresso una strategia di contrasto, come non era mai stata attuata. Cosa nostra aveva deciso “di fare la guerra allo Stato, colpendolo nel cuore delle istituzioni”. Il disegno sovversivo proseguì con le stragi continentali di Roma, Firenze, Milano. I processi celebrati a Caltanissetta e a Firenze hanno evidenziato che di quelle stragi fu mandante ed esecutore Cosa nostra.

Quelle stragi hanno segnato la ferita più profonda del nostro Paese, inferta per piegare lo Stato con modalità e finalità terroristiche. Lo Stato non si è piegato. Ha processato i responsabili, nel pieno rispetto delle garanzie, li ha condannati con sentenze definitive, li ha assegnati al regime detentivo speciale, ha confiscato i loro beni. Vi sono ancora “zone d’ombra” ed è ancora latitante Matteo Messina Denaro, l’unico mafioso stragista tuttora libero. È necessario, pertanto, un ulteriore sforzo investigativo. Ricostruire le stragi è un obbligo del Paese, della nostra democrazia, che fonda il proprio pilastro più robusto su verità e giustizia.

Dalle stragi le mafie hanno imparato che sfidare lo Stato con azioni “militari” è strategia perdente: per questo, da allora, hanno adottato prevalentemente la strategia della sommersione: non vogliono apparire all’esterno come un fenomeno emergenziale, da combattere con urgenza, ma continuano nei traffici illeciti e a inquinare e condizionare l’economia. Il traffico internazionale di stupefacenti genera ricchezze enormi; galassie di società vengono costituite per investire gli illeciti profitti nei diversi settori dell’economia, con l’effetto di ridurre gli spazi del mercato libero e l’occupazione. Le indagini sviluppate dalla magistratura e dalla polizia giudiziaria, sempre più specializzata, individuano meccanismi complessi di riciclaggio dei proventi delle illecite attività.

Le “emergenze sanitarie” hanno offerto alle mafie nuove opportunità di infiltrazione nell’economia legale attraverso imprese di costruzione, movimento terra, intermediazione della manodopera, trattamento di rifiuti, con l’acquisizione di bar, ristoranti, alberghi. Investimenti sono stati realizzati nel settore sanitario, come nel commercio di dispositivi di protezione individuale. Le imprese mafiose, mimetizzate in società di capitali con sede nei Paesi ancora privi di adeguate normative o di polizia specializzata, tendono ad avvicinare e aggregare le imprese sane, poi utilizzate per promuovere altre illecite attività, come la formazione di “cartelli” con i quali partecipare alle gare di appalto e aggirare le normative vigenti.

Nell’economia legale raramente e solo quando è necessario torna l’uso della violenza: strumenti ordinari sono la corruzione e la “convenienza”. Da tempo le mafie operano senza confini sull’intero globo. È necessario, oggi, occuparsi dei paradisi normativi, e non solo dei paradisi fiscali. C’è sempre più l’esigenza di una legislazione transnazionale comune. Nessun Paese può restare indifferente alla progressiva espansione delle mafie. A oggi quasi tutti gli Stati del mondo hanno firmato le Convenzioni di Palermo (voluta da Giovanni Falcone) e di Merida, che pongono le basi per contrastare più efficacemente il crimine organizzato transnazionale e la corruzione. Convenzioni che sono un punto di partenza: la dimensione economica delle mafie può essere contrastata solo ampliando le forme di collaborazione, con la “condivisione” del lavoro e il superamento delle frontiere.

Il trentennale dalle stragi è occasione di bilanci: cosa è cambiato nella strategia di contrasto alle mafie e, soprattutto, in ciascuno di noi. C’è sempre maggiore efficienza nelle indagini, in cui trovano applicazione le migliori specializzazioni e le più avanzate tecnologie, con banche dati interoperative, che consentono risultati una volta non immaginabili. Non è sufficiente reprimere. Occorre costruire una società nuova, agendo su un livello politico, “attraverso una maggiore giustizia sociale”, e uno economico, attraverso la correzione di quei meccanismi che generano disuguaglianze e povertà. Occorre un mutamento nella vita quotidiana di ciascuno, un nuovo atteggiamento culturale collettivo, un comportamento fermo e risoluto, di distanza dalle mafie.

Le mafie vogliono il silenzio. Bisogna parlare di mafie e la memoria delle vittime deve generare in ciascuno l’impegno attivo di responsabilità. L’esempio degli uomini e donne dello Stato che hanno perso la vita per aver svolto con onore il loro lavoro è un monito per tutti noi. La commemorazione del trentennale deve essere lo spartiacque per l’inizio di una tolleranza zero verso le mafie, che possa leggersi nei comportamenti di tutti noi in modo chiaro e trasparente, finalmente senza ambiguità, per tutelare i nostri giovani e garantire loro un futuro migliore di libertà.