di Luigi Manconi
La Repubblica, 11 ottobre 2022
E se la manifestazione pacifista, quando sarà, si concludesse davanti alla sede dell’ambasciata russa a Roma? E se l’intera mobilitazione contro la guerra indicasse come costante punto di arrivo e come destinazione simbolica le rappresentanze diplomatiche della Federazione Russa in Italia?
Le manifestazioni sono gesti, messaggi, atti pubblici e raggiungere in migliaia e migliaia quei luoghi avrebbe un significato nitido e inequivocabile: la responsabilità della guerra è della Russia, la causa dell’escalation va attribuita a Vladimir Putin, il principale ostacolo alla trattativa è rappresentato dal Cremlino.
Questo vuol dire che non ci sono altre responsabilità? Assolutamente no: alla situazione attuale, hanno contribuito, in varie modalità e in diversa misura, gli Stati Uniti, la Nato e l’Europa. Nella storia del pacifismo si trovano due componenti. Una di natura profetica, di origine religiosa o laica, e un’altra di natura pragmatica e profondamente politica. E la politica esige sempre l’indicazione dell’ordine delle priorità.
Oggi, la priorità è costituita, nel tempo e nello spazio, dall’invasione dell’Ucraina del 24 febbraio scorso a opera della Russia e dalla strategia imperialista di quest’ultima. Posso affermarlo serenamente perché, all’epoca dell’invasione dell’Iraq, la priorità era un’altra e non esitai un istante a denunciare le colpe dell’amministrazione statunitense. Per questo, ora, ritengo grave qualunque omissione o distrazione rispetto alla tragedia ucraina.
D’altra parte, ho letto con attenzione e rispetto il documento promosso da Europe for Peace e da centinaia di organizzazioni che aderiscono a quella campagna (innanzitutto la Rete italiana Pace e Disarmo) e ne condivido l’ispirazione e il principale obiettivo: ovvero, la convocazione di una Conferenza internazionale di pace sulla base del concetto di “sicurezza condivisa”. Di più: l’appello in questione contiene molti passaggi interessanti e, dunque, non posso che aderire.
Ma, poi, trovo alcune reticenze che voglio con tutto il cuore attribuire solo alla frettolosità con cui vengono scritti testi di tal genere. Là dove si parla di “rinnovate e inaccettabili minacce nucleari” ci si scorda di aggiungere quell’indispensabile aggettivo qualificativo: russe; così come, nel segnalare il procedere dell’escalation, non si menziona il peso avuto, in questa dinamica, dall’annessione dei quattro territori ucraini. Tuttavia, dal momento che conosco personalmente i dirigenti della Rete Pace e Disarmo, la più affidabile organizzazione italiana contro la guerra, non dubito nemmeno per un momento che condividano la critica intransigente nei confronti delle mosse più recenti della Federazione Russa.
Ma proprio per questo va evitato ogni equivoco e, in particolare, quella certa nebulosità che troppo spesso accompagna le istanze pacifiste e quel tratto “assoluto” che contraddice, appunto, il connotato pragmatico-politico della sua strategia, quell’irenismo che è proprio della teologia e della profezia, ma che male si concilia con la pratica di un movimento che voglia incidere sul qui e ora, sui rapporti di forza, sulle cose del mondo e della guerra. In caso contrario, si rischia davvero di contribuire a quella “pace terrificante” di cui cantava l’ultimo Fabrizio De André.
Ecco, perché si eviti che la sacrosanta volontà di pace e l’umanissima angoscia per le sorti dell’umanità finiscano con l’azzerare le responsabilità e per mettere sullo stesso piano, magari inconsciamente, aggressori e aggrediti, forse può essere utile valorizzare la dimensione simbolica dell’azione collettiva e dei suoi obiettivi. Forse, far sì che i cortei per la pace finiscano davanti all’ambasciata del Paese che oggi - oggi! - più la minaccia, potrebbe essere un’idea.









