sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Piergiorgio Odifreddi

La Stampa, 8 maggio 2023

Nel suo intervento al Concertone del 1 maggio, Carlo Rovelli ha esposto in maniera efficace e concisa le ragioni della pace. Ha solo sbagliato la cifra relativa alla spesa mondiale annuale per gli armamenti, parlando di due trilioni di dollari. In realtà, e per fortuna del mondo intero, non si spendono due miliardi di miliardi l’anno per le armi, ma “solo” duemila miliardi.

L’equivoco è nato dal fatto che Rovelli pensa in inglese, dove bilione significa “migliaia di milioni”, e trilione “migliaia di bilioni”: che sono, appunto, milioni di milioni, o migliaia di miliardi. In italiano si dice invece miliardo per le “migliaia di milioni”, bilione per le “migliaia di miliardi”, biliardo per le “migliaia di bilioni”, e trilione per le “migliaia di biliardi”: che sono, appunto, miliardi di miliardi. Ma questo è secondario, e comunque si tratta di cifre difficili da visualizzare per chiunque, fisici e matematici compresi. Per farsene un’idea, 2800 miliardi di euro è l’ammontare del debito pubblico italiano, e tutti sanno che si tratta di una cifra enorme (lo sa anche l’Unione Europea, che infatti ci chiede inutilmente da anni di tenerla sotto controllo).

Questi 2.000 miliardi di spese militari sono da imputare per il 60 per 100 (1.200 miliardi) alla Nato: 800 miliardi agli Stati Uniti, e 400 ai paesi europei. Dunque, c’è poco da stupirsi se i ministri della Difesa dei paesi occidentali sono tutti come Crosetto: mercanti e trafficanti di armi, in nome e per conto dei propri stati. Che gli armamenti siano anch’essi fuori controllo, come il nostro debito, lo sapeva persino il generale Eisenhower, che nel suo discorso d’addio alla nazione, dopo otto anni di presidenza degli Stati Uniti, mise in guardia gli americani contro “l’acquisizione dell’ingiustificata influenza (economica, politica, persino spirituale) del complesso militare-industriale, e la possibilità di una disastrosa crescita di un potere fuori luogo”. Detto da un militare di carriera, è tutto dire. Da parte sua, già Tolstoj aveva messo in guardia i lettori di Guerra e pace dal considerare la guerra come un duello fra condottieri, come la raccontano giornalmente i nostri media: nel suo romanzo, i condottieri erano Napoleone e lo zar Alessandro, e ai nostri giorni, fatte le dovute proporzioni, Zelensky (o Biden) e Putin. La guerra, diceva invece Tolstoj, ha le sue leggi matematiche e scientifiche. E sono quelle che bisogna capire, se uno vuole effettivamente fare la pace.

Il ministro Crosetto forse non sapeva che esistono queste leggi scientifiche della storia, e per questo ha invitato Rovelli a fare il fisico. In realtà, e questo è purtroppo un grosso problema, le armi esistono proprio perché ci sono i matematici, i fisici, i chimici e i biologi a progettarle, e gli ingegneri a costruirle. Scienziati come Leonardo, che non a caso ha dato il nome alla fabbrica d’armi citata da Rovelli, per i suoi legami con il ministro Crosetto. Ma, fortunatamente, non tutti gli scienziati sono inventori e progettatori di armi. Molti, al contrario, sono addirittura dei modelli di pacifismo. Pensiamo, per esempio, ai membri del movimento Pugwash degli scienziati contro le bombe atomiche, che nel 1995 hanno appunto preso il premio Nobel per la pace. Sono stati loro, nel periodo della Guerra Fredda, a continuare a parlarsi dai due lati della Cortina di Ferro, e a stilare per le proprie nazioni i trattati di non proliferazione nucleare.

Soprattutto, è stato un modello di pacifismo Albert Einstein, che con un famoso manifesto firmato nel 1955 con Bertrand Russell ha ispirato nel 1955 il movimento Pugwash. Mi si scuserà se io mi fido più di Einstein che del ministro Crosetto, il quale dice che un ministro della Difesa “lavora ogni giorno per cercare la pace e fermare la guerra”. Einstein diceva invece che c’è un unico modo per raggiungere veramente la pace: smetterla di pensare in termini locali e nazionali, e incominciare a pensare in termini globali e mondiali. Quando Israele gli offrì la presidenza del nuovo stato di Israele, lui la rifiutò: sapeva che chi cerca veramente la pace non può fare il ministro o il presidente, perché finirebbe di perseguire gli interessi del proprio paese, e non quelli del mondo intero. Ed è appunto per questo motivo che si fanno le guerre.

Einstein aveva in mente un governo mondiale, che però non può essere quello delle odierne Nazioni Unite. Per accorgersene, basta guardare la composizione del Consiglio di Sicurezza, dove tre dei cinque membri permanenti, che hanno diritto di veto, appartengono alla Nato. E dove siedono anacronistiche potenze ex-imperiali come la Gran Bretagna e la Francia, ma non grandi stati moderni come l’India e il Brasile, che sono giustamente seccati al riguardo, e lo dimostrano con il loro atteggiamento verso la guerra in Ucraina. Chi vuole veramente la pace, dovrebbe anzitutto perseguire l’obiettivo di rifondare le Nazioni Unite sulla base di princìpi ugualitari, e non dell’eredità del colonialismo. E dovrebbe evitare di difendere l’integrità territoriale delle nazioni, che è quasi sempre il risultato di guerre uguali a quella che oggi tanto ci scandalizza, e che hanno sempre e soltanto imposto la legge del più forte.

Chi vuole veramente la pace dovrebbe perseguire invece l’obiettivo dell’autonomia dei popoli, che confligge apertamente con i confini nazionali, ed è appunto la causa delle tante guerre di frontiera che scuotono periodicamente il mondo: dall’Ucraina a Israele, dalla Siria alla Turchia, dal Kashmir al Tibet, dalla Corea a Taiwan. Chi vuole veramente la pace non dovrebbe lavorare al congelamento dello status quo, come fanno le diplomazie occidentali, per poter tornare al più presto a fare business as usual. Dovrebbe invece ripensare un ordine mondiale in grado di riflettere non le pretese suprematiste dei più forti, ma le aspettative autonomiste dei più deboli. Ma chi vuole veramente la pace è inviso a chi è invece disposto a fare la guerra, quando le cose non vanno come piacciono a lui. In una parola, la pace la vogliono coloro che sono disposti a mediare le proprie richieste, mentre la guerra la fanno coloro che non sono disposti a cedere sulle proprie pretese, whatever it takes.