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di Riccardo Noury

Il Domani, 7 settembre 2022

“Raccontare il mondo, difendere i diritti”. La denominazione del premio in onore di Inge Schönthal Feltrinelli tiene insieme due azioni, una culturale e l’altra politica, di enorme importanza.

Nell’esperienza di Amnesty International, senza il racconto del mondo, la difesa dei diritti umani sarebbe compromessa. Senza la difesa dei diritti, il racconto del mondo sarebbe più povero. La storia di Patrick Zaki, che tra 20 giorni torna nell’aula di un tribunale antiterrorismo del Cairo, è esemplare. È la storia di un ragazzo venuto a Bologna per il desiderio di apprendere come raccontare il mondo, per poter meglio difendere i suoi diritti. Se non ci fosse stato il racconto di Patrick, avremmo potuto difendere i suoi diritti in un modo così potente? La risposta, temo, sia negativa.

Se Domani non avesse raccontato giorno per giorno, nell’estate 2021, la storia di Ikram Nazih (la studentessa italo-marocchina condannata a tre anni per aver condiviso su Facebook un’immagine considerata blasfema), il nostro governo sarebbe stato così sollecito nel chiedere a quello del Marocco la sua scarcerazione? No. In definitiva, quanta parte del mondo rimarrebbe oscurata se non ci fosse il racconto scritto o per immagini, se non ci fosse quel rumore che è la migliore arma per squarciare il silenzio che impongono i regimi autoritari? Quasi tutta.

Il falso imposto come vero - Ecco perché raccontare il mondo è fondamentale per difendere i diritti. Certo, non è facile e spesso porta a subire gravi conseguenze. I 61 anni di campagne di Amnesty International in difesa dei diritti umani sono pieni di storie di giornaliste e giornalisti, scrittori e scrittrici, artisti e artiste, disegnatori e disegnatrici, registi e registe che hanno trascorso anni in carcere o che sono scomparsi nel nulla o sono stati assassinati.

Raccontare la verità, per i regimi autoritari, è “propaganda” e “notizie false”. Il vero è obbligato per legge a diventare falso perché il falso possa essere imposto come vero. Per raccontare il mondo, dunque, occorre coraggio ma serve anche la curiosità. Dote che apparteneva certamente a Inge Schönthal Feltrinelli e ad altre persone che hanno viaggiato per conoscere o - per citare Gabriel García Márquez - hanno vissuto per raccontare. Apparteneva anche a persone come Antonio Russo, Ilaria Alpi, Milan Hrovatin, Enzo Baldoni, Andrea Rocchelli, Andrei Mironov, trucidati non perché si fossero trovati “nel posto sbagliato” ma, al contrario, esattamente perché si trovavano nel posto giusto, dove accadono i fatti, per raccontarli.

Scegliere il potere - Naturalmente si possono fare scelte diverse, più comode e rassicuranti: mettersi al servizio dei poteri, scegliere l’oblio, ricorrere all’autocensura. E mentre la persecuzione “novecentesca” nei confronti di scrittori, giornalisti e artisti non è in diminuzione, ciò che sta aumentando in modo spaventoso è il controllo del dissenso online. I regimi repressivi, sin dalla nascita della rete, stanno destinando enormi risorse economiche alla sorveglianza dei profili e degli strumenti di chi racconta il mondo sulle piattaforme social. Nelle ultime settimane i tribunali antiterrorismo (una definizione “orwelliana” poiché si tratta di corti che giudicano le opinioni) dell’Arabia Saudita hanno emesso due condanne, rispettivamente a 34 e 45 anni di carcere, nei confronti di due donne che avevano pubblicato o ripubblicato contenuti “lesivi del tessuto sociale” o “contro la sicurezza dello stato”.

Questo scenario, di una rete che diventa una rete a strascico a pesca di dissidenti, lo aveva preconizzato Jamal Khashoggi, il giornalista e dissidente saudita trucidato il 2 ottobre 2018 all’interno del consolato saudita di Istanbul. Torno alla domanda iniziale: se non ci fosse stato il racconto di Patrick, avremmo potuto difendere i diritti di Patrick? E come potremmo difendere i diritti di un gruppo di attivisti tra i più romantici di questi anni, i “partigiani delle ferrovie” della Bielorussia, se non raccontassimo le loro azioni?

I “partigiani delle ferrovie” sono capistazione, macchinisti, addetti agli scambi e al carico dei vagoni che cercano d’impedire l’afflusso di armi, veicoli blindati e personale militare russo in Ucraina attraverso le ferrovie dello stato alleato. Per il governo bielorusso sono “terroristi” e per loro è prevista la pena di morte. A me sembrano, a proposito di locomotive, “eroi tutti giovani e belli”. Sono storie come queste che vorrei partecipassero al premio “Raccontare il mondo, difendere i diritti” in onore di Inge Schönthal Feltrinelli. Un premio che, già dal titolo, dimostra di essere estremamente necessario.

*Amnesty International