di Mauro Bazzucchi
Il Dubbio, 14 ottobre 2024
Negli ultimi 20 anni tutti i sondaggi indicano un orientamento in forte crescita a favore del fine vita adesso siamo all’84 per cento. Come spesso accade, sull’eutanasia e sul suicidio assistito la società italiana è decisamente più avanti della classe politica, che non è ancora riuscita a dare una cornice legislativa solida a un tema che tocca l’esistenza di centinaia di migliaia dei cittadini e dei loro cari. Secondo un sondaggio risalente allo scorso giugno e commissionato a Swg dall’associazione Luca Coscioni, infatti, l’84% degli italiani è favorevole a una legge che regolamenti l’eutanasia nel nostro Paese. Il dato ancor più interessante, però, è che questa posizione è trasversale alle appartenenze politiche: l’83% degli elettori di Fratelli d’Italia e di Forza Italia non si opporrebbe a una legge sull’eutanasia, così come sarebbe favorevole il 77% di quelli della Lega.
Ancor più alte le percentuali tra chi dichiara di votare i partiti d’opposizione: il 92% degli elettori del Partito Democratico è favorevole, il 94% di Alleanza Verdi e Sinistra, 88% del Movimento Cinque Stelle, 96% di +Europa, 89% di Azione-Italia Viva. Se l’analisi si sposta sul piano geografico, i più favorevoli all’eutanasia sono i cittadini e le cittadine del Centro Italia (91%), seguiti da quelli del Nord Ovest (85%), delle Isole (84%), del Nord Est (83%) e infine da quelli del Sud (80%). Anche sul suicidio assistito, l’opinione degli italiani negli ultimi anni è sempre stata largamente favorevole, a dispetto del fatto che tutte le proposte di legge in merito sono finite su un binario morto. In questo ambito, però, è il caso di accendere un riflettore in particolare sul Nordest, territorio che è stato al centro del tentativo più avanzato degli ultimi anni di regolamentare la disciplina. Secondo dati recentemente elaborati da Demos per il quotidiano il Gazzettino, infatti, l’82 per cento degli abitanti del Nordest è dell’idea che “quando una persona ha una malattia incurabile, e vive con gravi sofferenze fisiche, è giusto che i medici possano aiutarla a morire se il paziente lo richiede”.
Interessante il fatto che nel corso degli anni il consenso per eutanasia e suicidio assistito sia costantemente aumentato su tutto il territorio nazionale. All’inizio di quest’anno, il governatore veneto Luca Zaia ha tentato di portare ad approvazione un testo sul suicidio assistito, che è stato però respinto dal Consiglio regionale, a causa delle divisioni interne ai partiti.
Una parte dei consiglieri del Carroccio (compreso il presidente dell’assemblea Roberto Ciambetti) sono infatti andati contro le indicazioni di Zaia, ma decisivo per la bocciatura della legge è a stata la decisione di un’esponente cattolica del Pd di astenersi. Per evitare nuove spaccature sul tema, in un recente consiglio federale del partito, Matteo Salvini ha fatto sapere che i leghisti della Regione Lombardia avranno libertà di coscienza quando, nelle prossime settimane, il Pirellone procederà al voto di una proposta analoga, stavolta promossa dall’opposizione.
Che la sensibilità dei nostri concittadini, nel corso del tempo, sia cambiata, lo testimonia anche l’impennata delle richieste di informazioni al Numero Bianco dell’Associazione Coscioni, in concomitanza della campagna referendaria del 2022, fallita per la non ammissione del quesito sull’eutanasia da parte della Consulta. Nel periodo della raccolta firme, infatti, sono arrivate 15.559 richieste di informazioni sul fine vita, il +43% rispetto all’anno precedente.
Sulla mancanza di una legge sul fine vita influisce proprio la scelta dei giudici costituzionali del febbraio del 2022 di respingere il referendum sull’eutanasia. Una scelta per motivare la quale, l’allora presidente della Corte, Giuliano Amato, convocò una conferenza stampa. In quell’occasione, l’ex-premier spiegò che “il referendum non era sull’eutanasia, ma sull’omicidio del consenziente, e in questo caso sarebbe stato lecito in casi ben più numerosi e diversi da quelli dell’eutanasia”. Secondo Amato (che asserì di avere cercato “il pelo nell’uovo”, il quesito avrebbe aperto “all’impunità penale di chiunque uccide qualcun altro con il consenso, sia che soffra sia che non soffra”.
“Occorre dimensionare”, aggiunse, “il tema dell’eutanasia alle persone a cui si applica, ossia a coloro che soffrono. Noi non potevamo farlo sulla base del quesito referendario, con altri strumenti può farlo il Parlamento”. La replica di Cappato fu molto dura: parlò di una “conferenza stampa politica”, e di parole che “minano agli occhi dell’opinione pubblica la credibilità dei comitati promotori, a cui è stata attribuita l’incapacità tecnica di scrivere dei quesiti referendari ed anche l’accusa di avere preso in giro milioni di persone firmatarie ed elettori”. “Il giudizio nella Corte”, aggiunse Cappato, “non è stato unanime, quindi possiamo dire che anche giudici costituzionali hanno ritenuto che questi referendum fossero ammissibili. Allora trattare con tanto disprezzo i comitati promotori è un’accusa critica rivolta non a Marco Cappato ma ai giudici della Corte ed alcuni massimi costituzionalisti italiani”.










