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di Fabio Pinelli*

Avvenire, 11 aprile 2026

Entrare in un carcere minorile non è mai un gesto formale. È sempre un incontro che interroga, che chiede attenzione, che richiama una responsabilità condivisa. Il carcere minorile è un luogo in cui la parola, ogni parola, non è mai scontata. Proprio per questo diventa preziosa. La parola scambiata, ascoltata, messa in discussione è ciò che permette di fermarsi, di riflettere, di guardare la propria storia senza esserne vittima. La giustizia minorile, almeno nelle sue intenzioni più profonde, nasce dal riconoscimento che ogni storia non è mai conclusa, che una persona non coincide con l’errore che ha commesso, che il futuro non può essere cancellato da una sentenza o da una cella.

La nostra Costituzione affida alla pena una funzione rieducativa. Ma quando si tratta di minori - di ragazze e ragazzi che stanno costruendo la propria identità - questo principio diventa un impegno ancora più pregnante: non interrompere i percorsi di crescita, non spegnere le domande, non chiudere gli orizzonti. La detenzione non deve cancellare la dignità della persona, né spegnere il suo diritto a cambiare. Si possono e si devono cambiare i nostri comportamenti nel corso della vita. Non necessariamente il carattere. Il carattere segna ognuno di noi, disvela la nostra unicità. La felicità è fare cose per gli altri, essere protesi al bene.

Lo si capisce tardi, ma lo si capisce. Il diritto penale moderno non deve limitarsi a punire, ma ha il dovere di rieducare e restituire alla società individui consapevoli. Ogni giovane detenuto non è solo il proprio errore, ma anche il proprio potenziale: un cittadino in divenire, capace di riscrivere il proprio futuro. Questo significa offrire strumenti, non solo imporre limiti; costruire possibilità, non solo accertare colpe. Studiare, riflettere, comprendere il valore delle regole e della convivenza civile: sono questi i veri pilastri della giustizia.

Il tempo può diventare occasione. Non per dimenticare ciò che è stato, ma per trasformarlo in consapevolezza. Perché la giustizia più alta non è quella che chiude una porta, è quella che, con responsabilità e impegno, insegna come riaprirla. Sappiamo bene, però, che esiste uno scarto profondo tra i principi e la realtà. Tra ciò che le norme affermano e ciò che ogni giorno si riesce concretamente a realizzare. È uno scarto che genera frustrazione, rabbia, senso di abbandono. Ed è uno scarto che non può essere ignorato. Dobbiamo pensare a questo.

Da liberi si sceglie lo spazio dove abitare. In carcere, no. È necessario, allora, avere la capacità di riconvertire questo spazio in tempo non vuoto. Renderlo un luogo in cui è possibile raccontarsi, ascoltare, riconoscere i conflitti, dare un nome alle emozioni, immaginare alternative. La riflessione, in questo senso, non è evasione. Diviene consapevolezza, luogo in cui la persona torna a essere soggetto, e non soltanto oggetto di decisioni altrui. È ciò che consente di non essere ridotti al silenzio, di non essere definiti una volta per tutte. A tutti i ragazzi detenuti vorrei dire, con rispetto e senza retorica, che nessun percorso di crescita è privo di fatica.

Ma il confronto, la riflessione, il dialogo possono aprire uno spiraglio, possono far nascere una domanda nuova, possono far sentire che non si è soli nel proprio smarrimento o nella propria ricerca. Credeteci, il riscatto è sempre dietro l’angolo, anche quando non lo vediamo, anche quando sembra impossibile. Alle donne e agli uomini delle istituzioni, agli operatori, ai cittadini adulti spetta una responsabilità altrettanto grande: non smettere di credere che educazione, cultura e relazione siano strumenti essenziali di giustizia; non confondere la sicurezza con la chiusura; non dimenticare che la dignità di una persona non viene meno, nemmeno quando la libertà è limitata; che la dignità non si acquista per merito e non si perde per demerito.

Il futuro non è una ipotesi e non è cancellato. È fragile, questo sì, e richiede fatica, ascolto, alleanze. Ma esiste. Esiste nel corso di una vita, un tempo che lascia traccia. Proviamo a trasformare il tempo della pena in un tempo che abbia ancora senso, veda il futuro e sia motore di speranza.

*Vice Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura