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di Giustino Parisse

Il Centro, 16 gennaio 2023

La Cassazione stabilisce la limitazione in relazione al caso di un 35enne detenuto al 41-bis a Preturo. Un boss mafioso di 35 anni, detenuto in regime di 41 bis nel carcere Le Costarelle di Preturo, può farsi fare non più di una foto all’anno insieme alla figlia minore.

Lo ha deciso la Cassazione accogliendo il ricorso del ministero della Giustizia, ricorso presentato contro una decisione del tribunale di Sorveglianza che invece ne autorizzava 4 ogni anno. Il tribunale aveva “ritenuto che il Magistrato di sorveglianza avesse correttamente reputato illegittima la limitazione di potere fare eseguire al boss, nel corso dell’anno, una sola fotografia con la propria figlia minore, in quanto, da un lato, le pose di colui che intendeva farsi ritrarre in foto dovevano essere composte e, dall’altro, si trattava di soggetto con cui il ristretto aveva, comunque, il diritto di colloquio visivo che, in astratto, era uno strumento che si prestava molto più facilmente alla veicolazione di messaggi all’esterno; aggiungeva che il rischio legato alla possibilità di attribuire alle immagini cadenzate nel tempo un significato ogni volta diverso poteva essere neutralizzato dall’Amministrazione penitenziaria prevedendo specifiche modalità, quali ad esempio, l’inoltro in un unico momento di tutte le fotografie scattate durante l’anno”.

Secondo il ministero della Giustizia invece “il Tribunale non ha correttamente applicato le disposizioni di cui all’articolo 41-bis e avrebbe trascurato la circostanza che le limitazioni imposte in nessun modo avrebbero pregiudicato il diritto al mantenimento delle relazioni familiari del detenuto; la giurisprudenza di legittimità, infatti, sarebbe stata sempre molto attenta a garantire un equo contemperamento tra la tutela del diritto all’affettività del detenuto e le specifiche e peculiari esigenze di sicurezza che governano esclusivamente il regime differenziato. La previsione della possibilità di scattare una sola foto nel corso dell’anno è, infatti, una equilibrata forma di bilanciamento tra le predette esigenze; inoltre il rischio concreto che il detenuto possa veicolare messaggi rivolti alla sua organizzazione di riferimento non sembrerebbe neutralizzato dagli accorgimenti suggeriti dal Tribunale di sorveglianza”.

Così conclude la Cassazione accogliendo il ricorso del ministero: “Si ritiene che, contrariamente a quanto sostenuto nell’ordinanza del Tribunale, la limitazione nei confronti dei detenuti in regime differenziato all’effettuazione di una sola fotografia, nel corso dell’anno, con i propri congiunti non incide sul diritto soggettivo del detenuto all’affettività, bensì soltanto sulle modalità del suo esercizio, che restano affidate alla discrezionalità amministrativa”.