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di Alessandro Parrotta*

Il Dubbio, 30 marzo 2022

Continua l’iter sulla riforma della ministra Cartabia, ora con l’intervento dei maxiemendamenti voluti dall’Esecutivo. Ultimo approdo, dopo le modifiche al procedimento penale e civile, è una coerente e profonda riforma del Csm, volta a restituire alla magistratura il proprio ruolo indipendente, terzo, imparziale, ma soprattutto, credibile poiché eroso col seguire degli ultimi noti scandali.

Si passa dall’inserimento degli avvocati nei Consigli giudiziari per la valutazione dei magistrati, alla riforma elettorale volta ad attenuare le tendenze partitiche del Csm, nonché al cosiddetto “stop delle porte girevoli”, ossia a quella prassi che vede spesso i magistrati passare dalla carriera di giudicante/ inquirente a quella di politico, di consigliere giuridico ministeriale e viceversa.

Quest’ultimo aspetto che, sorprendentemente, sta trovando accoglimento favorevole non solo nella politica, ma anche in seno alla stessa magistratura, da parte di autorevoli esponenti le cui opinioni possono rappresentare elementi incisivi affinché la riforma transiti senza eccessive modifiche. Si veda ad esempio quanto espresso da Giuseppe Pignatone in un’intervista a La Repubblica del 4 marzo scorso, laddove si definiscono “condivisibili le previsioni volte a regolare, e in linea di principio impedire, le cosiddette porte girevoli”.

Non tutta la magistratura è però, ovviamente, favorevole al cambiamento, e si ricorda, a tal proposito, la levata di scudi di Anm sul punto, sostenuta dalla violazione del dettato costituzionale, non potendosi limitare la capacità elettorale passiva di alcuno: “Tutti i cittadini dell’uno o dell’altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge. A tale fine la Repubblica promuove con appositi provvedimenti le pari opportunità tra donne e uomini”, così la Carta Costituzionale all’art. 51.

Le modifiche più rilevanti apportate dal maxiemendamento del governo al disegno di legge A. C. 2681, in compendio sono: 1) esclusione dell’eleggibilità a parlamentare nazionale ed europeo, a consigliere regionale o presidente di Regione (o di Provincia autonoma), nonché l’assunzione dell’incarico di assessore e di sottosegretario regionale, dei magistrati che prestano servizio, o l’hanno prestato nei 3 anni precedenti la candidatura (2 anni per il ddl.), in Uffici giudiziari aventi giurisdizione, anche parziale, sulla Regione nella quale è inclusa la circoscrizione elettorale (aventi giurisdizione sulla circoscrizione elettorale, per il ddl); 2) esclusione dell’eleggibilità a sindaco o consigliere comunale, nonché l’assunzione dell’incarico di assessore comunale, dei magistrati che prestano servizio, o l’hanno prestato nei 3 anni precedenti la candidatura, in Uffici giudiziari aventi giurisdizione, anche parziale, sulla provincia in cui è compreso il comune o sulle province limitrofe (il ddl prevedeva l’ineleggibilità solo per i comuni con popolazione superiore a 100 mila abitanti).

Sempre l’articolo 16 del citato disegno di legge prevede che i magistrati che rientrino in ruolo, a termine del mandato elettivo, vengano collocati presso il ministero di appartenenza, ovvero che siano ricollocati in ruoli e destinati dal Csm - che gode di quel margine di discrezionalità- ad attività non direttamente inquirenti o giudicanti. Quest’ultima previsione è oltremodo interessante ed è lì chiarita la volontà del governo di assicurare il rispetto del dettato costituzionale.

L’art. 51 della Costituzione, ultimo comma, infatti, prevede la conservazione del proprio posto di lavoro al termine del mandato elettivo. Ecco che si palesa la ratio di quest’ultima modifica, volta a garantire che i magistrati, pur non rientrando in funzioni giurisdizionali, comunque vengano reimpiegati, sostanzialmente - più che formalmente - rientrando a lavoro (anche per non disperdere risorse in un sistema, quello giudiziario italiano, sempre in affanno di personale, in ogni stato e grado).

La norma, va detto, affina il filo del rasoio dal momento che i ruoli riassunti dal magistrato al termine del proprio incarico non possono definirsi né formalmente, né sostanzialmente, comparabili con le funzioni tipiche del magistrato.

Nel caso di specie è evidente come i principi da modularsi, reciprocamente, siano l’art. 51 e l’art. 104 della Costituzione. Occorre procedere ad un bilanciamento. A parere di chi scrive il principio dell’indipendenza e dell’imparzialità (che interessa tutta quanta la res publica) non può subire contrazioni giustificate dal diritto di un singolo, ancorché magistrato, a veder garantita la propria capacità giuridica elettiva. La stessa Corte costituzionale, allo scopo, in una validissima interpretazione rilasciata con la sentenza n. 170/ 2018, afferma come il diritto all’imparzialità e all’indipendenza della magistratura attiene anche a quel complesso di norme deontiche che fanno dell’indipendenza del magistrato la figura più alta dell’Ordinamento cui il cittadino si rivolge con la fiducia che ogni istituzione repubblicana merita: “Da osservarsi in ogni comportamento di rilievo pubblico del magistrato, al fine di evitare che dell’indipendenza e imparzialità dei magistrati i cittadini possano fondatamente dubitare la Costituzione, in tal modo, mostra il proprio sfavore nei confronti di attività o comportamenti idonei a creare tra i magistrati e i soggetti politici legami di natura stabile, nonché manifesti all’opinione pubblica, con conseguente compromissione, oltre che dell’indipendenza e dell’imparzialità, anche della apparenza di queste ultime”.

L’indipendenza così intesa, pertanto, è tanto una prerogativa della magistratura quanto un diritto dei cittadini, del Popolo in nome del quale è amministrata la Giustizia e, per l’effetto, un dovere imperativo per il Sistema.

L’indipendenza così tanto posta a baluardo dalla magistratura per frenare qualsivoglia tipo di riforma che intendesse in qualche modo comprimere l’autogoverno, ora pare essere un limite incisivo che va sicuramente a comprimere altri diritti. Questo in nome della funzione sociale del magistrato che, a differenza di ogni altro funzionario statale, gode di un rilevo pubblico (confermato anche da arresti giurisprudenziali Cedu, quali la pronuncia del 18 ottobre 2011 nel caso Graziani- Weiss vs Austria).

“Disse un giudice, che aveva una certa fantasia, a un professore di procedura “Voi passate la vita ad insegnare agli studenti che cosa è il processo: meglio sarebbe, per cavarne buoni avvocati, insegnar loro che cosa il processo non è. Per esempio: il processo non è un palcoscenico per gli istrioni; né una vetrina per mettervi in mostra le mercanzie; né un’accademia di conferenzieri; né un salotto di sfaccendati che si scambiano motti di spirito; né un circolo di giocatori di scacchi; né una sala di scherma...”. “Né un dormitorio...” continuò timidamente il professore”, così in un indimenticato aneddoto di Piero Calamandrei.

*Avvocato, Direttore Ispeg