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di Mario Di Vito

Il Manifesto, 20 maggio 2026

All’Aia si fa il processo alla Rada. A Roma si continuano a fare accordi con la Libia. Ieri, a Palazzo Chigi, si sono riuniti “i rappresentati” di Italia, Qatar, Turchia e, appunto, Libia per dare seguito al vertice dello scorso primo agosto e “concordare i prossimi passi per l’avvio di un progetto pilota per una sala operativa congiunta a Tripoli a sostegno delle autorità libiche nella gestione dei flussi migratori irregolari”. Presente l’ambasciatore Fabrizio Saggio, consigliere diplomatico di Giorgia Meloni.

In cosa possa consistere questa “gestione” è oggetto d’interesse al momento per i giudici della Corte penale internazionale. Ma dalle parti del governo fanno finta di niente: all’Aia non c’è nemmeno un osservatore. Anche se le accuse fatte ad Al Buti sono le stesse di Almasri, l’altro signore del carcere di Mitiga arrestato a Torino nel gennaio del 2025 e liberato dopo pochissimo. “Mi domando perché in Italia nessuna procura si occupi di questi fatti - dice Luca Casarini della ong Mediterranea, che pure sta seguendo le udienze di Al Buti in Olanda -, in fondo molte delle cose di cui si parla sono avvenute a Roma”. È il caso di Almasri. Per la gestione di quella vicenda, a dirla tutta, i pm di Roma hanno provato ad aprire un’inchiesta, ma gli indagati (i ministri Nordio e Piantedosi, il sottosegretario Mantovano) sono stati scudati dal parlamento: l’autorizzazione a procedere è stata negata. L’ultima coinvolta, l’ex capa di gabinetto di via Arenula Giusi Bartolozzi, ancora non si sa se andrà o meno a processo (la Camera ha votato per includere anche lei sotto l’ombrello ministeriale, ma sul punto si esprimerà la Corte costituzionale), però il reato che le viene contestato non riguarda direttamente la vicenda Almasri.

Si è consumato infatti durante il procedimento: false informazioni al pm durante la sua audizione del marzo del 2025. “Ma non ci sono solo loro di mezzo - prosegue Casarini - ci sono tanti pezzi dello stato che fanno accordi con la Libia e con queste milizie. Gli elementi ci sono, qui se ne sta discutendo…”. Il dettaglio è anche temporale. Ancora Casarini: “Ad Al Buti contestano reati che sarebbero stati commessi tra il 2015 e il 2020, l’Italia ha firmato il memorandum con la Libia nel 2017. Ci sono almeno tre anni di fatti che ci riguardano molto da vicino”. Il processo in corso, dunque, è sì “una pietra miliare” come dice la procura dell’Aia, quasi un evento storico, ma è incompleto. “Il paragone che viene subito - ragiona Casarini - è quello con il processo di Norimberga, ma forse questo è più un suo simulacro: mancano tanti imputati, le responsabilità sono diffuse e non riguardano solo i torturatori come Al Buti e Almasri. Le vittime, poi, non sono solo le 945 individuate qui, ma migliaia. Decine di migliaia anzi”. Per loro la giustizia ancora non è nemmeno un’ipotesi.