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di Eduardo Savarese


Cultura Identità, 7 febbraio 2020

 

Tra populismo giustizialista e garantismo il tema si fa sempre più spinoso In tempi di populismo giustizialista, e di rinverdimento benemerito del garantismo, il tema della responsabilità dei magistrati è spinoso. Il populista vuole che il colpevole paghi e, se a sbagliare la sentenza è il giudice, paghi il giudice!

Il giustizialista, che è perfettamente puro e coerente, adora i magistrati, ma non può esimersi dal volere anche la loro testa, se necessario (vedi alla voce Robespierre). Il garantista vuole che il magistrato (soprattutto il pubblico ministero) che sbaglia indagini e mette iniquamente alla gogna l'innocente, ne risponda, con i propri soldi, e magari con la carriera. Giusto: chi sbaglia, paga. Ma cosa e a chi? Il problema di fondo della responsabilità civile (cioè, per risarcimento del danno) dei magistrati è un po' la sua natura di illusione infantilmente fumogena. Agevolare questa responsabilità con legge rischia di minare due capisaldi di un'attività giudiziaria degna dello Stato di diritto: l'autonomia e l'indipendenza.

Il diritto (e neppure la medicina...) non è una scienza esatta, e il diritto oggi è dannatamente difficile da gestire, sicché il margine di interpretazione aumenta, e con esso il rischio di sbagliare soluzione. Ma se devo decidere con la paura di sbagliare soluzione, la mia attività rischia di non essere liberamente soggetta solo alla legge, ma a calcoli di sottrazione dal risarcimento del danno e dalle sue tante minacce. Una funzione giudiziaria difensiva, come la medicina difensiva, rinnega se stessa (ed è un dramma poiché, quando funziona bene, è presidio di libertà e efficace risoluzione di conflitti per tutti).

Assicurarsi una facile responsabilità per danni dei magistrati è allora rischioso. Nel 2015, il Parlamento ha ampliato lo spettro delle ipotesi di responsabilità. Pretendere di più sarebbe dannoso e controproducente. Ma cerchiamo di vedere ora la luna, e non il dito. Il vero tema non è tanto "facciamola pagare ai magistrati che sbagliano!", quanto cercare di capire cosa davvero vogliamo far pagare, e a chi. Nel mirino c'è l'attività investigativa del pm, da un lato, quando si rivela totalmente sballata; dall'altro, le forme di superficialità e ignoranza nell'applicare le norme da parte del giudice civile e penale.

Solo in parte, questi errori sono "catturati" dalla legge sulla responsabilità civile del magistrato. Significa che si sbaglia impunemente? In parte no, perché l'impugnazione dei provvedimenti spesso consente di correggere gli errori; in parte, sì. E questa impunità non è un problema di risarcimento dei danni, ma ha una dimensione molto più vasta, è di sistema, e si chiama meritocrazia. La valutazione del merito, in magistratura, tende a latitare drammaticamente.

Di più: ci sono giudici che si massacrano di lavoro, e giudici che lavorano poco, giudici che stanno in territori difficili, e altri che vivono in lande tranquille, taluni in tribunali sovradimensionati e altri in tribunali sottodimensionati. Esiste una parolina magica che potrebbe fotografare quanto e come lavorano i magistrati in questo Paese: "standard di rendimento". Li introdusse una legge del 2006... ma nessuno li ha ancora definiti. E sono passati quattordici anni.