di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 3 gennaio 2020
Corte di cassazione - Sezione I - Sentenza 2 gennaio 2020 n. 2. Per provare la partecipazione al delitto di associazione per delinquere finalizzata al traffico di droga, in un contesto in cui opera la ndrangheta, serve la prova della coscienza e della volontà di far parte dell'organizzazione.
La corte di cassazione, con la sentenza n.2, ricorda che per affermare che un soggetto si è messo a disposizione del gruppo criminale oltre alla prova di un rapporto di collaborazione stabile e continuativo ai fini del perseguimento degli scopi illeciti, serve anche la dimostrazione della coscienza e della volontà di far parte dell'organizzazione, di contribuire al suo mantenimento e di favorire la realizzazione del fine comune di trarre profitto dal commercio di sostanze stupefacenti.
La Suprema corte accoglie così il ricorso con il quale l'indagato chiedeva la revoca della custodia cautelare in carcere per il delitto di partecipazione ad associazione criminale e detenzione illecita di droga. Una vicenda che si inseriva in un contesto dominato dalla ndrangheta, nella quale il ricorrente era stato coinvolto grazie a delle intercettazioni dalle quali era chiaro il contatto con un esponente della famiglia locale, con il quale parlava di pagamenti e di numeri riferibili ai grammi di droga.
Per la Cassazione però il tribunale non motiva adeguatamente sul significato e sul tenore della conversazione né sull'inserimento della stessa in un determinato ambito criminale. Per i giudici, che annullano con rinvio, manca la prova della stabile adesione e della coscienza di aiutare il clan.










