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di Liana Milella

La Repubblica, 1 settembre 2024

Nessuna trattativa per scegliere il giudice mancante ormai da nove mesi. Strategia meloniana “pigliatutto” per i tre giudici che scadranno a dicembre. Il rischio paralisi. Lo scontro politico quest’estate c’è stato su tutto. Con la contrapposizione gridata tra una maggioranza aggressiva come quella meloniana e un’opposizione presa dall’angosciosa ricerca del campo largo quasi fosse un miraggio irraggiungibile. Una sola questione è rimasta fuori dall’agenda per tutti. La Corte costituzionale. Quel giudice che manca dall’11 novembre 2023 dopo la fine del mandato di Silvana Sciarra mentre altri tre, compreso l’attuale presidente Augusto Barbera, e con lui Franco Modugno e Giulio Prosperetti, a breve non potranno neppure partecipare più alle udienze perché i nove anni del mandato si chiudono il 21 dicembre. Ne ha parlato solo Sergio Mattarella, alla cerimonia del Ventaglio. Era il 24 luglio.

Considerazioni nette le sue perché non avere ancora eletto quel giudice è un “vulnus alla Costituzione” e va sanato “subito” con un voto immediato. Per tutta risposta, il 5 agosto, il presidente della Camera Luciano Fontana ha fissato una data, il 17 settembre, che non era proprio dietro l’angolo. Certo, i signori parlamentari non rinunciano alle vacanze per scegliere un giudice costituzionale…Con un comune sentire, agosto è passato senza che si potesse avvertire un solo fiato. Argomento non pervenuto. Non basta. Il chiacchiericcio politico non dedica neppure attenzione al tema, tant’è che non si fa parola del possibile candidato. Tranne qualche nome di eventuali aspiranti, come il viceministro della Giustizia Francesco Paolo Sisto, fido berlusconiano, che già nel 2015 aveva tentato l’avventura sponsorizzato dai suoi, in quanto l’obiettivo era ed è quello di fregiare la famiglia Sisto anche con quest’onorificenza.

E poi il costituzionalista meloniano Francesco Saverio Marini, noto figlio d’arte, patron del premierato. Una candidatura la lancia già adesso Enrico Costa di Azione: “Sia per la Consulta che per il Csm io punto su Gian Domenico Caiazza”. Cioè l’ex presidente delle Camere penali. Non a caso Costa parla di Consulta ma anche di Csm, perché dà per scontato che per palazzo Bachelet bisognerà, prima o poi, sostituire la consigliera meloniana Rosanna Natoli inevitabilmente costretta a dire addio al suo posto dopo aver incontrato, da giudice, una magistrata sotto processo disciplinare. Ma il pronostico, che ipotizza lo stesso Costa, è che non si farà nulla fino alla scadenza di dicembre, quando la Corte, a quel punto senza quattro giudici, si troverà sull’orlo del baratro, perché basterebbe la sola malattia di uno di loro per bloccarne del tutto l’attività. Ma nessuno pare in allarme.

La verità è che, nell’apparente indifferenza, il “sacco” della Corte si avvicina. Per mano del centrodestra. Che farà man bassa di poltrone come ha già fatto a gennaio per il Consiglio superiore della magistratura. C’erano dieci posti per i consiglieri laici. Se n’è presi sette lasciandone solo tre alle opposizioni, uno al Pd, uno a M5S, uno a Italia viva. Con la Corte farà di più. Su quattro posti potrebbe averne uno solo il Pd. Provocando peraltro un’occasione di scontro nel fantomatico campo largo. Gli altri tre sono appannaggio della maggioranza. E Meloni potrebbe pretenderne più d’uno.

Il lapalissiano obiettivo è trasformare la Corte nella quarta gamba del governo. Proprio quando dovrà affrontare questioni delicatissime, a partire dal referendum sull’Autonomia differenziata, nonché il decreto Caivano, la maternità surrogata, il limite ai mandati dei sindaci nei grandi comuni. Un rapido sguardo all’attuale assetto della Corte ci dice che gli 11 giudici che resteranno a dicembre non fanno presagire di certo uno squilibrio a sinistra. Tutt’altro. I tre che lasciano furono scelti nel 2015, Barbera su indicazione del Pd, Franco Modugno di M5S, Giulio Prosperetti dell’allora gruppo centrista di Area popolare. L’anno prima, sempre il Pd, aveva candidato Silvana Sciarra. Tre anni dopo il Parlamento elesse Luca Antonini, indicato dalla Lega, anche se lui non vuole che lo si ripeta adesso perché si considera un giudice costituzionale super partes.

La presenza più forte, con i cinque giudici al completo, è quella indicata dal Quirinale. Mattarella ha proposto nel 2018 il professore di diritto penale di Milano Francesco Viganò. Due anni dopo la giurista pisana esperta di diritto privato Emanuela Navarretta. E nel 2022 l’amministrativista Marco d’Alberti, che era stato consigliere giuridico dell’ex premier Mario Draghi. L’anno scorso Mattarella premia la giudice cattolica esperta di diritto dell’economia Antonella Sciarrone Alibrandi e il costituzionalista Giovanni Pitruzzella, ex presidente dell’Antitrust, che già nel 2015 volevano portare alla Corte Alleanza popolare e Scelta civica. Nomine che s’ispirano a più di un’area culturale. I giudici della Cassazione hanno votato via via i colleghi Giovanni Amoroso, Stefano Petitti e Maria Rosaria San Giorgio. Il Consiglio di Stato ha eletto l’ex ministro, nonché al vertice del CdS in quel momento, Filippo Patroni Griffi. Dalla Corte dei Conti ecco, anche in questo caso, il presidente in carica Angelo Buscema.

Un parterre che non si può certo etichettare come “di sinistra”, pur se esponenti della maggioranza continuano a sostenerlo solo perché dalla Consulta pretenderebbero decisioni filogovernative, politicamente orientate a destra, a prescindere dai paletti previsti dalla nostra Carta. Proprio Augusto Barbera, in un lungo speech al meeting di Rimini, ha voluto mettere in fila le coraggiose decisioni assunte dalla Corte negli ultimi anni, dal fine vita, alla gestazione per altri, al riconoscimento del terzo sesso, all’affettività dei detenuti in carcere, “riuscendo grazie al nostro ordinamento costituzionale a sfuggire a una paralizzante bipolarizzazione tra valori e diritti”. Cioè la fotografia di un Parlamento paralizzato dalle contrapposizioni politiche.

La netta sensazione è che l’obiettivo del governo Meloni sia solo quello di “normalizzare” la Consulta. Per farne una Corte compiacente rispetto ai voleri politici della maggioranza. Ovviamente quelli di destra. Sarà una mission difficile. Soprattutto per loro. Perché, facendo i conti, da soli non hanno i numeri per raggiungere gli agognati e necessari due terzi. Lo hanno scritto nel loro libro sulla Corte Costituzionale, Storie di diritti e di democrazia, Giuliano Amato e Donatella Stasio, individuando un “buco” di 11 parlamentari mancanti. Ma con il progressivo spostamento nel “campo largo” di Italia viva, e fors’anche di Azione, la faccenda si complica e peggiora. La maggioranza sarà costretta a un compromesso. Pena il fatto che la Corte, con soli 11 giudici, potrà bloccarsi. E la responsabilità, assai grave, ricadrà tutta e solo sul governo.