di Simona Forti
La Stampa, 9 febbraio 2025
È inevitabile che in questi tempi bui, in un passaggio d’epoca senza precedenti per chi è nato dopo la seconda guerra mondiale, il linguaggio per nominare ciò che sta accadendo sia incerto. Tentiamo di coniare nuovi termini, ma spesso i concetti che cercano di esprimere non mordono ancora. Eccoci allora a recuperare le espressioni che il Novecento ha usato per spiegare il proprio male politico. L’idea di male ha una storia lunga e complicata. È un’idea controversa, a ragione contestata. Non da ultimo perché è stata impugnata spesso come un’arma per demonizzare l’avversario e squalificarlo moralmente. Tuttavia, puntualmente, a quella parola facciamo ritorno, quasi che solo essa potesse rispondere a una radicale domanda di senso. Quasi che solo essa riuscisse a dar voce all’intensità della nostra indignazione e della nostra paura, a nominare qualcosa che accade, ma che sentiamo che non sarebbe dovuto accadere.
In questi ultimi tempi, per esempio, si è tornati a parlare con insistenza di “banalità del male”. L’espressione è sicuramente d’effetto ed è uscita dal piccolo cerchio degli studiosi per entrare nel lessico comune. La sentiamo spesso citare nei dibattiti dei talk show; la leggiamo negli articoli di giornale. Perlopiù, se ne parla per riferirsi al terribile scarto tra la qualità mediocre, banale, di un soggetto e la gravità degli effetti che le sue parole e le sue azioni producono. E non c’è dubbio che la politica odierna si presti assai bene a confermare questa ipotesi. Siamo circondati da figure politiche con poche competenze, inesperte o peggio, che tuttavia hanno tra le mani un potere enorme. E non abbiamo bisogno di andare oltre oceano per osservare sgomenti come l’intreccio di superficialità e ferocia stia diventando una miscela esplosiva: ministri che non si scomodano nemmeno a coordinare le versioni ufficiali per giustificare il rilascio di un boia torturatore; fedeli scudieri politici che rilasciano dichiarazioni aberranti, facendole passare per simpatiche provocazioni alle noiose litanie woke.
Intende qualcosa di simile Hannah Arendt quando conia l’espressione per comprendere la tragedia nazista. Tuttavia, c’è di più, e di più profondo, nella sua “banalità del male”. Inviata dal New Yorker a seguire il processo Eichmann a Gerusalemme, nel 1963 pubblica i vari resoconti in volume, intitolandolo Eichmann in Jerusalem: A Report on the Banality of Evil. Con quel titolo, il libro ha un immediato effetto esplosivo. I circoli intellettuali ebraici degli Stati Uniti, di cui Arendt stessa faceva parte, le dichiarano guerra. Tra le molte accuse rivoltele, imperdonabile era il suo ritratto del criminale nazista come un uomo banale, superficiale, che in nulla rimandava alla nera grandezza demoniaca che da lui ci si sarebbe aspettati. Più in generale, scandalosa era quella formula che attribuiva al male, a quel male, una dimensione ordinaria, normale, appunto “banale”.
Molti storici, in realtà, hanno poi smentito la descrizione che del ruolo di Eichmann aveva dato Arendt, e per quanto mi riguarda non ho mai trovato il termine banalità del tutto felice. Non è però questo il punto. Quello che è importante è che con quell’idea la filosofa tedesca di origine ebraica non aveva affatto voluto sminuire la portata della tragedia, aveva invece diretto l’attenzione sulla tremenda capacità devastatrice dell’assenza di pensiero e di giudizio. Il problema non era costituito soltanto dalla volontà di potenza degli ideatori del genocidio nazista, ma anche dalla passività e dal silenzio di chi a quel progetto aveva dato l’assenso, pur senza condividerne le motivazioni. Perché è così che il male scrive il proprio copione: ha bisogno, certo, di protagonisti neri, assetati di dominio, ma questi, da soli, non hanno la forza di scardinare un mondo. Il male dilaga e devasta solo se tanti uomini e tante donne comuni, normali, banali, grigi, li sostengono, con il loro opportunismo, il loro silenzio, la loro indifferenza.
Il male, insomma, è si un sistema, un intreccio, ma di tanti soggetti diversi, che hanno nomi e cognomi; di attori e di spettatori, colpevoli in maniera e in misura differente, ma tutti responsabili per ciò che hanno fatto o per ciò che hanno lasciato fare. Quello che sta accadendo oggi è ancora una volta un intrico che rischia di essere fatale: l’intrico perverso tra volontà di sopraffazione e sfruttamento, da una parte, e disposizione all’acquiescenza, dall’altra. Nella fattispecie, risponde a un desiderio di onnipotenza il pericoloso incastro tra capitalismo oligarchico -- che ha ora bisogno di mandare all’aria gli “intralci” rappresentati dalle democrazie costituzionali e dagli organismi internazionali - e i disegni egemonici delle estreme destre sovraniste. Ma ancora una volta potrebbe essere la nostra inazione a suggellare il successo di quel desiderio. Come scriveva pochi giorni fa su The Guardian Judith Butler, non a caso vicina al pensiero di Arendt, rimanere paralizzati di fronte a ciò che sta accadendo significa consegnarci alle passioni fasciste che stanno scuotendo il mondo. C’è solo un modo per opporci al male, a quello banale e a quello eccezionale: alzarci in piedi, uscire per strada insieme, e dire, a voce alta, no, grazie.









