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di Goliarda Sapienza

Il Dubbio, 20 ottobre 2025

Pubblichiamo di seguito un estratto de “L’università di Rebibbia” di Goliarda Sapienza (Einaudi, Super Et). in questo romanzo autobiografico, la scrittrice racconta la sua esperienza nel carcere romano, dove ha passato circa tre mesi nel 1980 per un furto di gioielli.

Questi camminamenti d’immersione alla pena sono di una perfezione gelida. Un lungo budello scivola inesorabilmente verso il fondo senza un appiglio per le mani della fantasia al quale potersi aggrappare. Dopo il primo corridoio, svoltando a destra, si scende ancora, si scende sempre. A ogni passo senti che vai verso il basso e che non potrai piú tornare a essere come prima. Quei camminamenti sotterranei parlano di morte e conducono a tombe. Infatti, per la legge dell’uomo un tuo modo di essere è stato cassato, la fedina penale macchiata, le mani insozzate dall’inchiostro per le impronte digitali: quella che eri prima è morta civilmente per sempre.

Camminando a passo svelto (è notte ormai, anche le secondine hanno fretta), prima cosa che l’istinto ti suggerisce, proprio come a scuola, è: non irritare mai i superiori. L’autodegradazione che genera quella lunga discesa e, dopo, il passaggio d’un grande cancello e dopo ancora - sempre più in basso - la vista d’una diecina di portoncini metallici sbarrati tutt’intorno a un piazzale buio, è così potente da apparirmi come una sorta di piacere al quale abbandonarsi e farla finita con le angustie minute della vita, le varie etiche, l’orgoglio, la rispettabilità.

Davanti a uno di quei portoncini di ferro, tarchiato e solido, le due donne si fermano. Una tira fuori le chiavi dalla grande tasca sformata e si accinge ad aprire la porta. Il gesto è antico, evoca ricordi ancestrali: convento, segreta, cappella mortuaria, ripostiglio buio dove bambina ti chiudevano. Brividi di freddo salgono alle caviglie. Fuori era tiepido. Il caldo vento dell’autunno romano danzava scherzoso per le strade, le piazze, i colonnati. Timido vento ancora rispettoso dell’agonia delle grandi foglie dei platani. Per settimane e settimane durerà. Poi bruscamente lo spiro lieve d’ottobre si farà tagliente e una marea di foglie ossidate invaderà il grande viale di casa mia. Ma non è tempo di ricordi.

La porticina attende aperta davanti a me, il freddo ormai dalle caviglie ha invaso tutto il mio corpo, e con voce a me estranea di bambina spaventata (o di mendicante?), sento che dico affannata: - Non avete niente da mangiare, per piacere? È da stamattina che...

- È tardi ma vado a vedere. Entri adesso, vado a vedere. Appena entrata, non oso guardare il luogo che le donne hanno aperto e poi richiuso dietro di me con un rumore di ferro così forte da far sobbalzare tutta quella tenebra morta. Di scatto mi rivolto con le palme verso la porta sbarrata. All’altezza del mio viso incontro quel riquadro a sbarre di metallo, unica fessura sempre aperta nel “tutto chiuso” di tutte le celle conosciute attraverso libri, racconti, film: quel simbolo d’isola- mento che tutti conosciamo, e che ricorre a volte nei sogni. Lo spioncino è all’altezza del mio viso, mi avvicino quasi a toccar lo e guardo fuori: non si vede niente nella penombra, appena appena un’altra porta davanti a me, chiusa. Il mio corpo forse resterebbe lí per sempre come un sasso se un grido inumano (a stento riconosco il timbro femminile) non accendesse il silenzio come un fulmine facendo vibrare il buio. Aspetto quasi con ansia il ritorno di quel grido ma niente, tutto s’è ricomposto in quell’immobilità innaturale come se l’urlo non si fosse mai fatto sentire. Ecco cos’è terrorizzante di quel complesso di celle: l’innaturalezza del loro silenzio.

Desideriamo spesso il silenzio, ma quello della vita è sempre sonoro, anche in campagna, al mare, anche nel chiuso della nostra stanza. Qui dove mi trovo il non-rumore è stato ideato per terrorizzare la mente che si sente ricoprire di sabbia come in un sepolcro. Senza accorgermi mi sono aggrappata con le mani alle sbarre; lo noto solo quando il viso della donnina dal collo d’uccello affamato e lo sguardo lacrimoso mi si para davanti e mi sussurra: - Come va, signora?

- Bene, grazie.

- Ecco, abbiamo trovato solo questo.

Non dice buonanotte perché forse ha già infranto molte regole portandomi qualcosa e rivolgendomi la parola. Dev’essere così perché fugge via sparendo dalla mia vista come un fantasma risucchiato dallo stesso buio che l’aveva materializzato. Al contatto del pane la fame si fa più forte, e questo mi dà l’ardire di rivoltarmi e affrontare il luogo dove starò...

Non devo pensare a quanto ci starò. Giro gli occhi solo verso destra dove intuisco ci dev’essere la branda. Fissando solo quella mi seggo: fra le mani ho pane e un pomodoro. Mangio piano, che duri il più a lungo possibile. Mangiando la tensione s’allenta, e quando ho finito cerco, scrutando in giro il meno possibile, d’infilarmi sotto una coperta ruvida al tatto.

Non la devo guardare, basta l’odore quando la tiro su verso il mento. Basta questo a scatenare una sfilza di fantasie insopportabili. Devo riuscire a fermare la fantasia e attenermi solo ai gesti e ai pensieri che mi possono aiutare a superare tutto con il minimo di sofferenza. Non tuffarsi nella sofferenza, altra tentazione quasi voluttuosa in confronto alla solitudine che senti intorno, ma che porta a quel grido ascoltato prima. Infatti c’era anche voluttà in quel grido.

Fermare la fantasia. Ripeto questa frase nella mente come al tempo della scuola quando si mandava a memoria una poesia che non si capiva. Io che ho fatto uno strumento della fantasia, che l’ho studiata tutta la vita per acuirla, liberarla, renderla agile il più possibile, mi trovo ora a doverla uccidere come si farebbe col peggiore dei nemici. Eppure è così. Da questo momento essa mi può essere maligna.

Anche adesso che ho lasciato libera la mente a teorizzazioni astratte e con esse mi sono portata fuori da questo luogo, lo scoppiare di un: - Voglio uscire! M’ammazzo, voglio uscire! - mi sconvolge talmente da farmi scattare seduta in preda a un panico maggiore di prima. No, mi dico ad alta voce, da oggi per me la fantasia è nemica.

Fisso la luce in alto che, è inutile raccontarsi favole, di sicuro resterà accesa tutta la notte. Entrando, è logico, la cella m’era apparsa molto buia, ma ora è come se un sole si fosse acceso davanti a me, un sole immobile, maligno che riapre le palpebre ormai troppo stanche per non desiderare di chiudersi. Avessi la sciarpa la potrei stringere intorno agli occhi come quando sono in viaggio, ma - è noto - tutto meno l’indispensabile per coprirti ti viene levato quando entri qui dentro. Quando m’hanno spogliata per perquisirmi pensavo che m’avrebbero dato una divisa, invece m’hanno lasciato i miei vestiti. Forse domani.

La luce di quel sole artificiale rivela la nudità di quattro mura dipinte di un azzurrino opaco che dà la nausea, poi un cesso di colore dubbio senza tavoletta e un lavandino grigiastro. Nella parete di fronte all’ingresso una finestra rettangolare con vetri molto spessi, di colore simile a quelli delle latrine di terza categoria, s’apre a bocca di lupo ma solo di quindici centimetri, così che in nessun modo (anche se fosse all’altezza d’uomo) si può vedere fuori.

Mente progressista doveva possedere l’architetto che ideò quella finestra: niente sbarre per carità, troppo crudeli, si può vedere il cielo. Quella finestra s’apre per mezzo d’una leva o manico. La prima “cosa” che vedi appesa a quel manico è la tua testa penzoloni. Ecco perché si impiccano così facilmente da qualche anno a questa parte: un tavolino c’è, anche una sedia da metterci sopra, un lenzuolo - lo sento sotto la coperta - c’è pure per fare il cappio. Lassù la forca è già pronta.

Distolgo gli occhi dal manico annotando dentro di me l’ulteriore lusinga delle sirene carcerarie; tutti i luoghi antichi hanno sirene e quindi anche qui se ne aggirano. Le scoverò. Mi addormento, credo con gli occhi aperti, le palpebre appese a quel sole maligno.

Quando mi sveglio il sole non c’è più. Al suo posto una luce biancastra da cesso pubblico spande una specie di aurora boreale. Non riesco a muovere gli arti: il desiderio di richiudere gli occhi, non fare più un gesto, è immenso. Ecco le sirene carcerarie che tornano all’attacco: hanno lunghi capelli bianchi di luna e mani algose. Abbandonarsi a loro, rifiutare l’acqua, il cibo, e lasciare che gli altri - finalmente - se la sbrighino loro con questo corpo che non fa che richiedere sforzi, gesti, appetiti insopportabili.

Invece salto in piedi, anche se la tazza del cesso non ha nessun significato per il mio intestino bloccato. Come un bravo soldatino mi lavo le mani fin sopra il gomito, come diceva Rilke, e il viso. Mi rivolto verso il letto per rifarlo. Il letto non si muove: è inchiodato saldamente al pavimento. Mi tremano le gambe, non c’è pensiero logico che mi possa calmare. Inutilmente mi dico: lo fanno perché potresti servirtene in caso di rivolta per barricare la porta. Non c’è niente da fare: il voltastomaco, il senso di claustrofobia che ero riuscita fin qui a dominare mi si scaraventa addosso con onde di panico. Come un naufrago mi getto sulla branda cercando la salvezza nel non pensare.

(...) In questo ring mentale, tirando pugni e saltellando e spiazzandomi a ogni sinistro dei pensieri molesti, non ci crederete, le ore passano rapide (anche perché ogni venti minuti mi alzo e passeggio almeno per altri venti su e giù). Quasi mi sorprendo quando arrivano con il pasto di mezzogiorno: riso al burro, due fettine di prosciutto cotto accartocciato in carta oleata, un grappolo d’uva e pane. Mangio solo pane e uva: stando fermi è meglio non appesantirsi. Un po’ d’ansia mi prende la sera quando ridò indietro il riso e il pacchettino, ma vedo che non gliene importa niente.