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di Bruno Ferraro*


Libero, 10 febbraio 2021

 

Una rapida scorsa dei 334 nominativi di personaggi menzionati a vario titolo nel libro-intervista curato da Alessandro Sallusti con (l'ex) magistrato Luca Palamara, mi ha procurato amarezza, curiosità e sorpresa. L'amarezza perché, dopo aver trascorso 45 anni nell'esercizio delle funzioni giudiziarie ai più diversi livelli, appartenendo a una generazione che aveva scelto la giustizia per vocazione, devo constatare il profondo degrado successivamente maturato.

La curiosità è per aver ritrovato nomi di colleghi che hanno avuto momenti di grande visibilità o hanno scalato posizioni senza meriti oggettivi ma sfruttando aderenze e collegamenti incompatibili con la funzione svolta. Confesso perciò che il non ritrovare il mio nominativo nel libro mi procura soddisfazione e orgoglio. La sorpresa è per i commenti rimbalzati da molti colleghi, che hanno scoperto con decenni di ritardo origine ed entità della degenerazione, che in verità risale agli anni 80-90, anche se solo negli ultimi venti anni ha assunto forme e consistenza decisamente intollerabili.

Sulle colonne di questo giornale e in numerosi interventi e scritti precedenti (non ultimo in un libro del 2015 dal titolo significativo "Rincorrendo la giustizia"), mi sono frequentemente intrattenuto sui non pochi aspetti di una non rinviabile riforma della giustizia quali, citando i più importanti: la degenerazione correntizia, che ho sempre definito come il cancro della giustizia quando andava invece di moda considerare le correnti una linfa vitale; la separazione delle carriere, con una magistratura giudicante per principio autonoma e indipendente e una magistratura requirente (le Procure) chiamata a operare come "parte imparziale" (parole di Giovanni Leone) anziché come parte irresponsabile; sul CSM di cui la natura di organo costituzionale e la presidenza affidata al Capo dello Stato avrebbero richiesto e richiedono una riforma dei criteri di scelta dei componenti (sorteggio come unico modo per impedire lo strapotere delle correnti) e assoluta trasparenza delle decisioni e soprattutto del loro percorso; sui rapporti tra CSM e ministro della Giustizia da sempre viziati da opacità e caratterizzati dallo svuotamento della potestà disciplinare; sulla politicizzazione della magistratura, inevitabile se si consente il libero passaggio da un'aula di tribunale all'esercizio di una funzione politica con un paradossale viaggio di andata e ritorno e non di sola andata (cosiddette porte girevoli).

Credo ancora, basandomi sulla Costituzione, in un giudice soggetto "soltanto alla legge" quindi insindacabile nell'esercizio della funzione di jus licere: indipendenza tuttavia non vuole né può dire irresponsabilità, perché il giudice non è detentore di un potere sovrano e deve considerare tutti i giudicandi uguali di fronte alla legge. Carrierismo, consociazione, commistione con la politica sono estranei al disegno costituzionale.

Per questo, ancora una volta, auspico che Parlamento, governo e Presidenza della Repubblica inseriscano in agenda, prioritariamente, la riforma del CSM, la separazione delle carriere e l'abbattimento del "sistema" delle correnti. Il caso Palamara è solo la punta dell'iceberg e la lezione che deriva dalla lettura del libro obbliga a non voltare lo sguardo dall'altra parte fingendo di non vedere il male che è sotto gli occhi di tutti.

 

*Presidente Aggiunto Onorario Corte di Cassazione