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di Antonio Mattone

Il Mattino, 25 agosto 2024

“In 35 anni di servizio non ho mai visto nulla di simile”, mi dice un agente penitenziario che lavora nel carcere di Poggioreale. “Bisogna entrare nei reparti per rendersene conto - continua scuotendo il capo il brigadiere - non è possibile lavorare in queste condizioni: due soli agenti che devono badare a quattro piani! Anche i carcerati stanno male, il sovraffollamento rende invivibile la permanenza nelle celle”.

Lo sfogo di chi conosce la vita all’interno degli istituti di pena, insieme ai dati sulle presenze dei detenuti, sui suicidi e sull’insufficienza del personale, fotografano la drammaticità della situazione attuale del mondo delle carceri: 14mila detenuti in più rispetto alla capienza ordinaria (700 solo a Poggioreale), 67 suicidi dall’inizio dell’anno, 18 mila agenti in meno, carenze di medici, infermieri e operatori penitenziari. Le rivolte di questo mese sono state un chiaro segnale della tensione e del malessere che cova nelle prigioni del Paese. A questo si aggiungono l’emergenza sanitaria, tanto spesso sottaciuta, che è materia di competenza delle Regioni, e l’aumento dei detenuti con problemi psichiatrici, tendenza che rispecchia quello che è avvenuto nella società nel periodo post Covid.

Di fronte a questa situazione, abbiamo assistito nei giorni scorsi a numerose prese di posizione da parte di esponenti dell’opposizione che richiedevano misure urgenti per cercare di alleviare la difficile condizione di chi vive all’interno delle prigioni. Il Governo, da parte sua, ha approvato il decreto legge proposto dal ministro della Giustizia Carlo Nordio che contiene una serie di provvedimenti che però non sembrano incidere sul sovraffollamento. Mentre l’incremento di mille unità degli agenti, previsto entro il 2026, probabilmente non riuscirà a coprire nemmeno le uscite per il pensionamento del personale. Poca cosa appare l’aumento di telefonate (da 4 a 6), misura già in vigore durante la pandemia. Infine la nomina di un commissario straordinario per l’edilizia penitenziaria non riuscirà nel breve periodo ad attenuare la pressione sugli istituti di pena, alla quale si aggiunge il problema di dover reperire personale aggiuntivo per gestire le nuove carceri.

Tuttavia per comprendere cosa sta accadendo oggi nel mondo penitenziario bisogna fare un passo indietro negli anni e ricordare la grande occasione persa dal Partito democratico con la mancata approvazione degli Stati generali dell’esecuzione penale, promossi dall’allora ministro della Giustizia Orlando. Un tentativo di riformare un’istituzione immobile come quella penitenziaria ed adeguarla alla società che invece negli ultimi anni aveva subito numerose trasformazioni. Uno sforzo innovativo che vide all’opera oltre 200 esperti del mondo penitenziario, accademici, magistrati, volontari, intellettuali che avevano “modellato” la Riforma che avrebbe dovuto prevedere un modo più umano e nello stesso tempo più efficace di scontare la pena detentiva.

Ricordo che all’epoca il Governo Gentiloni e soprattutto l’allora segretario del Pd Matteo Renzi, temendo ripercussioni negative alle elezioni politiche del 2018, non ebbero il coraggio di approvare questa importante riforma, cimentandosi in acrobatiche contorsioni procedurali con cui furono presentati con tempistiche differenti i decreti attuativi, fino a farla naufragare.

Sappiamo come andarono le cose. Il Partito democratico perse le elezioni e Renzi si dimise da segretario del partito.

Se fosse stata approvata quella riforma, oggi non saremmo in queste condizioni. Ma la politica ha la memoria corta e una grande capacità camaleontica. Ed ecco che il Pd (e anche Italia Viva) criticano il Governo alla luce dell’emergenza carceri e del decreto Nordio. Il senatore Renzi il giorno di Ferragosto “ha interrotto le sue vacanze” per andare nel penitenziario di Sollicciano dove ha dichiarato che “strutture come quella del carcere fiorentino andrebbero distrutte e rifatte da capo”.

Oggi il Governo Meloni, certo non il solo responsabile dell’emergenza carceri cresciuta nel tempo, potrebbe mettere in campo subito, oltre al quadro normativo del decreto legge appena approvato, nuovi provvedimenti, senza “ansie” o timori elettorali, ma nella consapevolezza della piena titolarità politica e alla luce di un’emergenza non più trascurabile. La proposta dei Garanti dei detenuti di far uscire i quasi 8mila detenuti condannati per reati non ostativi che devono scontare pene residue entro un anno, che sembrava potesse essere presa in considerazione, sarebbe una misura deflattiva di rapida applicazione. Un mini indulto che allenterebbe la pressione sugli istituti e che rappresenterebbe un atto di grande coraggio e senso di responsabilità. Poi bisognerà ragionare su come migliorare le condizioni di vivibilità delle prigioni. La galera dura non ha mai cambiato nessuno, ma è stata solo una grande scuola del crimine. Non dimentichiamo che la società sarà più sicura soltanto se chi esce dal carcere sarà una persona cambiata. Allora non è necessario costruire nuove carceri ma carceri nuove. E magari anche una visione più responsabile e meno demagogica della politica. Questa è la vera sfida.