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di Massimiliano Tarantino


Corriere della Sera, 27 marzo 2021

 

Troviamo il coraggio di reinventare i codici della nostra convivenza, del nostro rapporto con il denaro, con il possesso e diamo concretezza ad una next generation ecology. Caro Direttore, una volta Tina Anselmi disse che "per cambiare il mondo bisognava esserci". Mi sembra un buon suggerimento per affrontare le sfide che il tempo presente ci propone. Non esiste un manuale per superare una crisi. Ne abbiamo avute moltissime nel nostro recente passato e ogni volta abbiamo trovato le risorse, gli attori, le congiunture che ci hanno fatto percepire di averle superate. Chissà se è stato davvero così. Studiando la storia lo possiamo capire, caso per caso. Ma oggi è diverso, la stiamo vivendo e non abbiamo intenzione solo di farci i conti, vogliamo andare oltre.

Ce lo stiamo ripetendo da più di un anno, "Andrà tutto bene". Ma se la definizione di bene in relazione alla pandemia ha una risposta certa, i vaccini e la loro distribuzione di massa, condividere una comune definizione di bene in relazione alla società che abbiamo davanti apre scenari ambigui, e risposte sulle quali si prende tempo, o si pensa di poterlo perdere.

Mentre è urgente dare corpo a quella dimensione di sostenibilità, ecologica e sociale, per la quale sono scesi in piazza i giovani di mezzo mondo, prima di questo tsunami, e che altre priorità hanno ibernato. Dimostriamo di essere smart per davvero. Non accontentiamoci di utilizzare i computer per fare le lezioni da casa o le riunioni dal parco, non illudiamoci che basta utilizzare la macchina ad idrogeno o riciclare la plastica, non lasciamo alla tecnologia il privilegio di sostituirci nell'essere brillanti e moderni. Troviamo il coraggio di reinventare i codici della nostra convivenza, del nostro rapporto con il denaro, con il possesso e diamo concretezza ad una next generation ecology.

Una dimensione ultraverde, che parte dall'attenzione a clima e risorse naturali per estendersi a giustizia sociale, diritti, lavoro: una proposta politica aggregante, che si proponga di riaccendere il senso della partecipazione di massa verso un obiettivo concreto, il miglioramento delle condizioni di vita per tutte e tutti, e che sfidi le storture del sistema capitalistico che abbiamo ereditato, riformandolo in senso plurale.

È una sfida imponente: non si tratta solo di una corsa contro il tempo, ma anche di un cambio di paradigma culturale. È tempo di riscoprire il ruolo dell'attore pubblico, come soggetto capace di regolare il mercato orientandolo verso una "trasformazione più giusta", di stampo sociale. È tempo di fare evolvere la globalizzazione degli interessi verso un pensiero aggiornato d'interdipendenza tra esseri umani, garantendo a ciascuno il medesimo paniere di diritti fondamentali. È tempo di sostenere, ad ogni angolo del pianeta, pratiche di dissenso quotidiano che sappiano colorare la democrazia del dinamismo delle idee e della tutela delle minoranze.

Ed è anche tempo di smettere d'indignarsi, di lamentarsi, di trovare un pretesto per chiedere. E di ricominciare tutti a trovare le motivazioni per fare, anche con istanze radicali. In questo Milano è stata negli ultimi anni un grande laboratorio, che in questi mesi deve ritrovare spazio, fiducia e motivazioni. Nell'interesse dei cittadini che la abitano ma anche delle piccole e grandi città che guardano al nostro esempio, e a volte ne subiscono il peso e la distanza. La ricerca e la cultura possono e devono fare la loro parte, come sentinelle dei bisogni e come mediatori tra le soluzioni.

Siamo tutti chiamati ad una prova di coraggio ma, come ha scritto Piero Gobetti, "per raggiungere questa umanità migliore dobbiamo distruggere le abitudini e le indifferenze. Ma mentre distruggiamo un mondo di pregiudizi, costruiamo con ardore e pazienza il mondo della concretezza".

*Direttore Fondazione Giangiacomo Feltrinelli