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di Alessandro De Nicola


La Repubblica, 5 luglio 2021

 

La riforma del processo penale e civile. La legge è una gigantesca macchina per definire i prezzi, affermava con il suo solito stile icastico Milton Friedman. In altre parole, la legge fornisce incentivi a comportarsi in un modo o in un altro. Orbene, nel momento in cui, grazie a quanto ci richiede l'Unione Europea per avere accesso al Recovery Fund, il governo e il Parlamento si accingono a riformare le regole processuali civili e la ministra Cartabia è in tour per le Corti d'Appello italiane, è bene chiedersi se sia dal lato dell'offerta che della domanda si riesca ad ottenere un processo che sia il meno costoso e il più veloce ed efficiente possibile. I tempi attuali per ottenere una sentenza, l'ingolfamento dei palazzi di giustizia e l'incertezza e l'erraticità delle pronunce, ormai è noto, scoraggiano gli investimenti e allocano male le risorse economiche.

Chi sono i "produttori di giustizia"? In primo luogo, i magistrati, poi gli altri operatori giudiziari e gli avvocati allorché assumono il ruolo di arbitri. Ebbene, mentre i professionisti hanno interesse a svolgere il lavoro nel modo più credibile ed efficiente possibile (sono in competizione con i tribunali pubblici e tra camere arbitrali), altrettanto non si può dire per le corti statali che non sono in concorrenza tra loro e, salvo il senso del dovere, non hanno incentivi ad essere efficaci.

È quindi necessario introdurre elementi di concorrenza "interna", favorendo il riconoscimento del merito dei giudici. Il primo passo è riformare il Csm, creandone due, uno per la magistratura inquirente e uno per la giudicante per evitare commistioni (il pm coinvolto in un procedimento disciplinare su un giudice o per l'assegnazione di un incarico direttivo solleva questioni di opportunità evidenti). I due Csm dovrebbero preservare l'indipendenza della magistratura ed essere composti per metà da magistrati, per un quarto da laici scelti dal Parlamento (meglio ridurre il peso della politica) e per un quarto da eletti dalle professioni e dall'accademia. Inoltre, oggi il giudizio di idoneità per i togati avviene quadriennalmente e i promossi superano il 98%, il che fa riflettere su come criteri vaghi e autoreferenzialità minino la credibilità del meccanismo. A tal scopo bisogna introdurre parametri precisi, quantitativi (quanto lavori?) e qualitativi (come lavori?), con avanzamenti di carriera più rapidi per i meritevoli. Stesso dicasi per gli altri operatori di giustizia: i tribunali (salvo che per funzioni meramente giurisdizionali) devono essere interamente gestiti da dirigenti che vengano premiati pure in base ai risultati raggiunti.

Passiamo al lato della domanda. Nel processo civile esiste una grande asimmetria informativa tra avvocati e clienti. Sono i primi in grado di valutare le probabilità di vittoria nel processo, consigliare l'assistito e moltiplicare il numero delle cause o farle durare a lungo (dum pendet, rendet, dicevano i saggi Romani). La lentezza è un buon incentivo a resistere per comprare tempo da parte dei convenuti. Perciò, la riforma Cartabia che introduce paletti molto rigidi per le cause, con preclusioni sia sulla produzione di documenti che di testi, contribuisce a costringere gli avvocati entro termini ben precisi. L'incoraggiamento alla mediazione e ai tentativi del giudice di arrivare ad un compromesso serve altresì a diminuire tale asimmetria informativa tra cliente e avvocato: grazie alle indicazioni preliminari di mediatori e giudici il primo può avere un'idea più realistica delle chance di successo e decidere consapevolmente di evitare i costi del processo.

Questo non basta però: è necessario scoraggiare chi inizia cause inutili rafforzando l'utilizzo delle sanzioni pecuniarie per lite temeraria, incrementare i costi per la parte soccombente (in modo che si resista o si inizi un processo solo quando veramente si pensa di aver ragione) e rafforzare i cosiddetti filtri in Corte d'Appello e in Cassazione, bloccando i ricorsi pretestuosi. Si tratta di proposte contenute nel programma preparato da un Comitato presieduto da Carlo Cottarelli (rinvenibili in www.adamsmith.it) e naturalmente non sono le sole.

L'importante è rendersi conto che, come per tutte le attività umane, persino l'amministrazione della giustizia è soggetta alle implacabili leggi del costo-opportunità e i suoi attori rispondono agli incentivi che ricevono. Affidarsi ai soli grandi princìpi del diritto porterebbe ad un'altra situazione che gli Antichi Romani avevano ben individuato: summum ius, summa iniuria.