di Francesca Cerbini*
Il Manifesto, 20 maggio 2025
Un’anticipazione dai Dialoghi di Pistoia, al via il 23 maggio. L’intervento dell’antropologa autrice di “Prison Lives Matter”, per Elèuthera. Durante la pandemia da Covid-19, chi non è mai stato in carcere ha sperimentato la costrizione del confinamento. Per alcune e per alcuni, la casa si è improvvisamente rivelata nella sua forma più rassicurante: un luogo di protezione e di cura di sé e dei propri cari. Per altri invece si è trasformata in uno spazio di sofferenza, inospitale e talvolta minaccioso: una prigione. E di fatto, per la maggior parte delle persone detenute, la prigione, per quanto dimora abituale, è stata sempre ben lungi dal potersi considerare una casa.
È piuttosto “Il ventre della bestia” come l’ha chiamata Jack Abbott nel suo bestseller. Dall’Europa all’Africa al continente americano, numerosi studi etnografici e qualitativi rigorosi e di lunga durata hanno alterato i tropi del nostro senso comune sul carcere, mettendo tra l’altro in luce importanti tratti di “domesticità” e addomesticazione dell’ambiente penitenziario. Ricercatori e ricercatrici hanno tratteggiato un carcere non più così “totale”, cioè completamente separato dalla società, e neanche semplice prolungamento sociologico del ghetto. Ne hanno esaltato piuttosto i confini porosi e l’integrazione in un sistema in cui legalità e illegalità, formalità e informalità, chiuso e aperto non sono poi così diversi, configurando al contempo un luogo in cui tutto sommato poter “abitare”. È così che queste letture ricostruiscono insieme all’immaginario anche i nostri valori e i nostri orizzonti morali, senza mai edulcorare la critica ad una delle istituzioni più intollerabili e obsolete delle nostre società.
Cosa succede, quando le “porte chiuse, alte mura, filo spinato, rocce, corsi d’acqua, foreste o brughiere”, come recita l’ormai classico testo di Goffman sulle istituzioni totali, non sono più le componenti essenziali che definiscono l’esperienza dell’incarcerazione? Quando un carcere assomiglia a un quartiere della città? Quando gruppi esterni o interni alle carceri ne assumono il controllo? Quando l’incarcerazione di massa selettiva riempie ogni piccolo spazio di vita?
Negli ultimi anni la ricerca antropologica e sociologica ha messo in discussione molte delle immagini “classiche” del carcere tramandate da opere scientifiche, romanzi e inchieste giornalistiche, i quali hanno retroalimentato cinematografia, programmi televisivi e serie truculente, cristallizzati nella versione più sensazionalista e polarizzata della lotta tra buoni e cattivi: i captivi, per l’appunto.
L’apporto forse più importante di queste etnografie, oltre alla restituzione di un vissuto resistente alla multiforme violenza del carcere, consiste nell’aver esplorato e riconfigurato tanto le connessioni, i legami e le continuità con l’esterno, ovvero la porosità dei confini del carcere, tanto le sue dinamiche gestionali, presentando un ventaglio di pratiche “ibride” di governo del penitenziario difficilmente ascrivibili a formule teoriche univoche e cristallizzate.
A scardinare la lente teorica attraverso cui si guarda l’istituzione penitenziaria è dunque un cambio di prospettiva: pensare il carcere partendo dai soggetti che lo vivono e lo abitano, o meglio, a partire dalla loro “visione del mondo”, come direbbero antropologhe e antropologi. Tentando dunque di decolonizzare i saperi e gli immaginari sul carcere, in un continuo rimando tra contesti molto diversi senza indugiare soltanto sulle differenze, sulle discrepanze, sulle mancanze del carcere del Sud globale a beneficio implicito (o esplicito) delle carceri del Nord, le etnografie presentate nel contesto del festival (Dialoghi di Pistoia) hanno messo in risalto il protagonismo che la comunità carceraria si è guadagnata in questi ambienti in cui, assumendo talvolta il ruolo manageriale dello Stato nelle sue diverse funzioni di controllo, protezione e sostento degli internati, sono state in grado o sono state messe nelle condizioni di sviluppare un potenziale negoziale senza precedenti. In questo percorso, si prende spunto dalle ricerche di sociologi, antropologi, criminologi che sono stati in grado di raccontarci una storia diversa sul carcere senza abbandonarsi mai alla celebrazione di un modello, senza abdicare alla prospettiva critica e senza abbracciare il linguaggio e la narrazione autolegittimante di un’istituzione in cui la violenza, straordinaria e ordinaria, sono il punto di partenza e non il fine ultimo dell’analisi teorica e della riflessione metodologica.
Le vite delle recluse e dei reclusi divengono così la lente d’ingrandimento attraverso la quale capire i meccanismi di produzione e riproduzione dell’istituzione, laboratorio di un futuro distopico votato alla costruzione di un mondo sotto controllo, sempre più pericoloso per i dannati della terra, come scrive Franz Fanon e per i diseredati della colonia, citando invece Rita Laura Segato. Un mondo a cui le persone recluse, con le risorse di ordine materiale e simbolico di cui dispongono, cercano di mettere ordine, cercano di attribuirgli un senso secondo i propri principi, creando allo stesso tempo resistenza, ribellione ovvero l’unico modo possibile di abitare il carcere.
*L’intervento di Francesca Cerbini al festival Dialoghi di Pistoia (23-25 maggio) si terrà sabato 24 alle ore 15 nell’Antico Palazzo dei Vescovi (con bis alle ore 18). La XVI edizione del festival di antropologia del contemporaneo, diretto da Giulia Cogoli, è dedicata a “Stare al mondo. Ecologie dell’abitare e del convivere”. Ne discutono antropologi, scienziati, filosofi, artisti, architetti, psicologi, scrittori. Tra gli ospiti, Telmo Pievani, Francesca Mannocchi, Filippo Barbera, Chiara Saraceno, Loredana Lipperini, David Quammen, Gabriele Del Grande, Ascanio Celestini, Ginevra Di Marco, Franco Arminio.










