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di Luigi Lochi

Il Sole 24 Ore, 21 agosto 2025

Il dibattito sull’uso efficace dell’ingente patrimonio rappresentato dai beni e dalle aziende confiscate, che un rapporto Eurispes di qualche anno fa quantifica in oltre 32 miliardi di euro, quasi il 2% del Pil, al netto del valore dei beni mobili, dei titoli e delle liquidità confiscate, quantificato intorno ai 4,3 miliardi, è pressoché unanime nel riconoscimento della valenza sociale ed economica di questo patrimonio. Il bene confiscato, infatti è considerato giustamente come una opportunità di promozione della coesione sociale di un territorio, opportunità che si concretizza soprattutto quando il bene è affidato in gestione alle organizzazioni del Terzo Settore, e al tempo stesso volano di sviluppo dell’economia civile e un simbolo di ripristino della legalità.

È altresì unanime nel riconoscere l’importanza del ruolo che svolge l’Agenzia Nazionale per i Beni Sequestrati e Confiscati (Anbsc) nell’attuale sistema di gestione. L’articolo apparso su questo giornale il 5 agosto scorso da conto dei positivi risultati ottenuti, con particolare riferimento alla grande mole di immobili “destinati” ai diversi Enti territoriali. Il processo attraverso il quale il bene e l’azienda sono destinati è particolarmente complesso, in quanto richiede il coinvolgimento, attraverso lo strumento della conferenza di servizi, di diversi soggetti, e, perciò, tempi non brevi che si aggiungono a quelli decisamente lunghi che precedono la confisca definitiva. E tuttavia, la “destinazione” del bene, non è ancora la conclusione del processo.

Migliaia di immobili stazionano nei patrimoni comunali per anni senza che sia decisa la loro valorizzazione. Da una recente indagine condotta sul campo da Libera, sono appena un migliaio i beni assegnati in gestione ad associazioni e cooperative del territorio. È da sottolineare che tra la destinazione e la eventuale assegnazione, c’è quasi sempre un problema di “cantierabilità” del bene. Il bene, diverso dal terreno, per essere utilizzato esige infatti preliminari interventi di ristrutturazione. Si apre qui una delle maggiori criticità: la disponibilità di risorse finanziarie per rendere il bene accessibile. È inimmaginabile che il Comune possa disporre di queste risorse.

Le varie legislazioni regionali tentano di rispondere a questa criticità, prevedendo apposite risorse per un uso efficace dei beni. Ma, rispetto al reale fabbisogno, queste risorse non sono sufficienti. Il Governo centrale, attraverso l’ufficio del Commissario straordinario per il recupero e la rifunzionalizzazione dei beni confiscati alla criminalità organizzata, ha destinato un budget di 30o milioni per il finanziamento di complessivi 254 progetti.

Si tratta di progetti finalizzati ad attività di infrastrutturazione sociale (servizi sociali, accoglienza, formazione, inclusione, etc.), in grandissima parte realizzati senza il coinvolgimento degli enti del terzo settore, come avrebbe dovuto essere in ossequio al principio della co-progettazione, con la conseguenza che anche questo è ancora un risultato parziale, dovendosi chiudere il processo con la successiva assegnazione del bene per la sua concreta gestione. Occorrerebbe un modello di gestione che non si limiti a svolgere funzioni di carattere amministrativo, ma preveda interventi di carattere finanziario e di accompagnamento che facciano incontrare efficacemente la “domanda” di beni proveniente dagli ETS con la “offerta” espressa dai Comuni.

Da questo punto di vista, decisiva sarebbe l’utilizzazione almeno di una parte delle risorse finanziarie del Fondo Unico Giustizia (Fug), che ricordiamo è alimentato da titoli e liquidità confiscate. In tal modo, si potrebbero, tra l’altro: finanziare progetti, frutto anche del coinvolgimento del Terzo Settore; assegnare temporary manager alle imprese sequestrate e confiscate per preservare la continuità aziendale; offrire garanzie per le imprese confiscate nei confronti degli istituti di credito; assicurare sostegno al reddito e ri-orientamento dei lavoratori delle imprese sequestrate; restituire, in caso di revoca del sequestro o della confisca, le somme sequestrate o il corrispettivo economico dei beni confiscati, sottraendo tale onere ai Comuni destinatari dei beni; offrire strumenti assicurativi per i danni da ritorsioni. Una simile riforma rappresenterebbe davvero una svolta e l’affermazione della vittoria dello Stato sulla criminalità organizzata lascerebbe finalmente il piano della retorica.