di Giancarlo Caselli
Il Fatto Quotidiano, 6 agosto 2019
Purtroppo, nel nostro Paese la questione dell'eccessiva lunghezza dei procedimenti si trascina da tempo ed è sempre più acuta. Sappiamo, e non vanno sottovalutati, i sentimenti di angoscia, ira e delusione che provoca l'attesa interminabile del riconoscimento delle proprie ragioni, spesso riguardanti beni fondamentali.
I rimedi approntati dalla politica sono stati, di solito, inadeguati se non peggio. Urge una vera, incisiva riforma. Il ministro Bonafede ha il merito di (ri)provarci, nonostante l'ostilità di quanti - gira e rigira - per salvaguardare certi interessi hanno come obiettivo non "più" ma "meno" giustizia. Stando alla bozza di cui si parla, un pregio del progetto Bonafede è non cedere alla suggestione della "separazione delle carriere".
Sinonimo di dipendenza del Pm dal potere esecutivo: nel senso che in tutti i Paesi in cui c'è, il Pm - per legge - deve ottemperare alle direttive del potere politico. Un suicidio in Italia: dove la classe dirigente continua a "ospitare" al suo interno soggetti ambigui se non peggio; cui sarebbe pernicioso offrire nuovi spazi per occuparsi "allegramente" delle indagini - che so - di corruzione o mafia.
Per il resto, il progetto Bonafede, attento anche al profilo delle risorse, contiene vari punti che vanno in una direzione giusta. Si deve però avere l'audacia e il coraggio di affrontare il problema della riforma della giustizia - una buona volta - non con aggiustamenti ma con decisione e scelte radicali veramente innovative.
La mia idea è di abolire il grado di appello. Immagino già le reazioni cattive di molti giuristi (soprattutto avvocati), ma nessuno mi convincerà che una risposta "ab irato" sia meglio di una misurata riflessione. Che parta da alcune semplici domande: è vero che negli ordinamenti con un sistema processual-penale di tipo accusatorio di regola c'è un solo grado di giudizio nel merito, con eventuale ricorso a una suprema corte?
È vero che anche in Italia è stato introdotto nel 1989 un sistema di tipo accusatorio? La risposta alle due domande è Sì. Allora, perché soltanto nel nostro Paese si registrano ancora più gradi di giudizio nel merito? Eliminare questa anomalia è una questione di sistema. Tenere i piedi in due staffe, non solo non risolve i problemi, ma crea confusione; mentre c'è un bisogno assoluto di nuova efficienza e funzionalità del servizio giustizia.
Quali i vantaggi significativi che si avrebbero abolendo l'appello? Oltre all'allineamento agli altri Paesi di rito accusatorio, si potrebbe cancellare l'arretrato che pesa come un macigno sul sistema. E che sparirebbe in un paio d'anni se i magistrati e il personale amministrativo oggi impiegati in appello fossero destinati a lavorare soltanto a questo scopo.
Dopo di che i magistrati e il personale amministrativo del "defunto" appello potrebbero essere convogliati sul primo grado (razionalizzando i criteri di assegnazione monocratica), con evidente accelerazione dei tempi del processo già di per sé molto abbreviati con un grado in meno. Così, il male cronico della nostra giustizia, la durata biblica dei processi, avrebbe finalmente qualche prospettiva di guarigione.
L'obiezione è che diminuirebbero le garanzie. Ma la vera garanzia sta in un processo breve che possa puntare a una giustizia certa. Non in un processo che è diventato un percorso a ostacoli, pieno di trabocchetti, infarcito di regole che in realtà non sono garanzie ma insidie formali: opponibili a piene mani da chi - potendosi permettere difese agguerrite e costose - punta all'impunità attraverso la prescrizione. Mentre sono di fatto arretrate le garanzie verso il basso, vale a dire effettivamente applicate anche ai soggetti più deboli.
Con il triste risultato di un "doppio" processo, negazione non solo di reali garanzie, ma anche di principi di equità. C'è infatti un codice per i "galantuomini" (cioè le persone giudicate, in base al censo o alla collocazione sociale, per bene a prescindere); un altro per i cittadini "comuni". Nel primo caso il processo - con la sua interminabile durata - è destinato soprattutto a misurare l'attesa che il tempo si sostituisca al giudice nel definire i processi per prescrizione; nel secondo caso la giustizia, pur funzionando malamente, spesso segna irreversibilmente la vita e i corpi delle persone.
Sta nello sconcio del "doppio" processo un nodo della prescrizione e della battaglia pro o contro l'articolo della "spazza-corrotti" che finalmente ne prevede l' interruzione, come antidoto a che non sia inghiottito tutto quel mare di processi che interessa soprattutto i "galantuomini". Battaglia che vede il ministro Bonafede fermo su posizioni di giusta difesa della "nuova" prescrizione.









