di Mario Deaglio
La Stampa, 6 aprile 2023
Il flusso non si ferma mai, la disperazione batte il mare grosso. Una nave di Medici senza Frontiere soccorre cinquecento migranti ammassati su un peschereccio che sta per affondare nel Mediterraneo in tempesta; altri trentadue, che sono riusciti a metter piede su un isolotto disabitato presso Lampedusa, vengono tratti in salvo da un elicottero della Guardia costiera; la nave di una Ong attracca a Salerno con 91 migranti a bordo di cui 51 minori. Questa cronaca angosciosa e assillante impedisce agli italiani (e a tutta l’Europa) di guardare lontano: stiamo concentrandoci sulla “pagliuzza” e non vediamo la “trave”.
Il nome della “trave” comincia per A. A come Africa. La popolazione del “continente nero”, come lo si chiamava una volta, sta aumentando a un ritmo da vertigine: meno di 300 milioni nel 1960, oggi quattro volte tanto - ossia 1,2 miliardi - si prevede che quasi raddoppieranno ancora entro il 2050, ossia supereranno i due miliardi. Al momento attuale, metà della popolazione africana ha meno di vent’anni. E noi europei concentriamo la nostra attenzione - doverosa e peraltro spesso insufficiente - sui salvataggi di emergenza senza guardare più in là. Gli africani stanno migrando a una velocità travolgente ma quello che noi vediamo è una piccola parte di questa realtà. Su cento africani che emigrano, solo circa venti, o al massimo trenta, si dirigono verso l’Europa. Gli altri lasciano il loro paese per altri paesi africani oppure, all’interno del paese stesso, lasciano i villaggi per quelle che possiamo chiamare “agglomerazioni urbane” prima ancora che città. E così l’Africa sta diventando un continente “urbano”: tanto per fare qualche esempio, Il Cairo e Lagos hanno ciascuna quasi il doppio degli abitanti di Parigi, la congolese Kinshasa è più grande di Londra, Nairobi ha tanti abitanti quanto la Lombardia.
Gli abitanti dei villaggi sono attratti dalle città non solo perché lì, in un modo o nell’altro, un po’ d’acqua e un tozzo di pane lo si rimedia, ma anche perché i figli possono studiare. Nei grandi paesi in crescita (Kenya, Zambia, Congo) più dell’80 per cento della popolazione sa leggere e scrivere; in quasi tutti si è sopra al 50-60 per cento. E non si tratta solo di educazione primaria: l’istruzione universitaria sta letteralmente esplodendo con diverse migliaia di università e altri istituti di studi superiori. I risultati si vedono: dalle sette imprese africane che producono auto e autobus - adatti alle difficili strade del continente - ai droni che il Rwanda utilizza regolarmente per rifornire gli ospedali di prodotti sanitari e anche per recapitare la posta e alle “Silicon Valleys” africane dove si sperimenta con innovazioni informatiche.
In Europa, questa realtà è ignorata, o considerata poco interessante, soprattutto dai politici e si continua a concentrare il dibattito su come salvare i migranti. Dovremmo invece smettere - come si diceva sopra - di guardare soltanto alla pagliuzza ed entrare in contatto con la “trave”. Anche perché negli ultimi anni l’Africa ha dato il via all’area di libero scambio africana, ha allentato vistosamente i legami postcoloniali con l’Europa (e soprattutto con la Francia) e sta cercando di darsi una sorta di identità monetaria. Certo, progetti europei di questo tipo non ne mancano, ma il Covid prima, e la guerra ucraina poi, hanno finora impedito il loro finanziamento su scala sufficiente. Nel frattempo, alcuni paesi nel Nord Africa, a cominciare dal Marocco, si stanno dotando di una struttura moderna di porti, strade e ferrovie e anche di impianti industriali.
Si potrebbe sostenere che, senza un “patto con l’Africa”, l’Europa non avrà un futuro; basta considerare che la sola Nigeria dalla popolazione molto giovane potrebbe, a fine secolo, avere più abitanti dell’intera Europa, la cui popolazione sarà inevitabilmente molto vecchia. I nostri odierni propositi di contribuire con l’Europa attuale - magari in maniera decisiva - a forgiare un “mondo nuovo” potrebbero sembrare assurdi ai nostri nipoti.
Un progetto di questo tipo ricollocherebbe il Mediterraneo in una posizione di estrema importanza. Recentemente, Romano Prodi ha proposto di “dare vita a venti-trenta “Università Mediterranee”, cioè università miste, paritarie ed eguali operanti nella stessa misura e con gli stessi strumenti nella costa del Nord e nella costa del Sud del Mediterraneo. Non filiali delle nostre università, si badi bene, bensì università ciascuna con un campus a Sud e uno a Nord”. In questo collegamento culturale - che deve precedere ma che non può sostituire quello economico - i migranti che oggi raccogliamo, spesso con pochissima gentilezza, sulle nostre spiagge, potrebbero giocare un ruolo essenziale: sarebbero africani d’origine ma con un’esperienza diretta dell’Europa. Attraverso di loro potrebbe passare il vero progetto di rinascita di un’umanità stanca.











