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di Giovanni Ferrero*

La Stampa, 2 dicembre 2025

Il 3 dicembre, Giornata Internazionale delle Persone con Disabilità, Torino e tutta l’Italia si animano di eventi e iniziative dedicate ai diritti, alla partecipazione e alla piena cittadinanza delle persone con disabilità. Nella nostra città, per un’intera settimana, si svolgerà il DisFestival, promosso dalla Cpd - Consulta per le Persone in Difficoltà, un percorso pubblico e diffuso che invita cittadini, scuole, imprese e istituzioni a confrontarsi con l’inclusione in modo concreto e non retorico. È proprio in questo contesto che nasce la riflessione che vorrei condividere. Sono figlio di Paolo Osiride Ferrero, figura nota a Torino per le sue battaglie civili, per il suo ruolo nella vita culturale e sociale della città e per essere stato il presidente storico della Cpd.

Mio padre ha lavorato per decenni perché le persone con disabilità potessero essere riconosciute non per la loro condizione, ma per il valore che portano alla società. E prima ancora di essere un attivista, era un professionista: un musicista, un insegnante, un lavoratore stimato, che si è fatto strada in anni privi di tutele e di leggi adeguate. La sua autorevolezza non nasceva dal “raccontarsi come disabile”, ma dal contributo che portava. Non chiedeva spazio: se lo conquistava con la competenza. Come lui, tanti della sua generazione hanno aperto sentieri che oggi consideriamo scontati.

Oggi, però, vedo un rischio diverso. Nell’epoca dei social, molte delle voci più visibili sulla disabilità parlano principalmente della propria condizione, senza un percorso professionale solido riconosciuto al di fuori di essa. La visibilità diventa un fine in sé, misurata in like, presenze ai convegni, testimonianze emozionanti che colpiscono il pubblico ma non sempre generano cambiamento. Il problema non riguarda solo chi si espone così, ma anche chi alimenta questo meccanismo: aziende, istituzioni e organizzatori che preferiscono invitare “storie che commuovono” anziché professionisti con disabilità in grado di portare contenuti, analisi e competenze.

È una forma contemporanea di pietismo travestito da inclusione. Il risultato è una cultura in cui essere “in scena” conta più dell’essere autorevoli. Una cultura che rischia di ridurre le persone con disabilità a testimoni della propria condizione, invece che protagonisti della vita sociale, economica e politica. Ricordo un episodio che mio padre raccontava spesso: un ragazzo con disabilità chiedeva aiuto per cercare lavoro, ma, di fronte alla richiesta di correggere il curriculum, rispose: “Tanto sono disabile, la legge 68 mi tutela”. Mio padre s’infuriò: non perché non credesse nella legge, ma perché vedeva in quella frase la rinuncia ad ambire a un ruolo vero nella società.

È una rinuncia che, a volte, ritrovo oggi in certe dinamiche di rappresentazione pubblica: si chiede un cachet per una testimonianza che sui social viene definita “militanza”; si cerca visibilità più che impatto; si parla di disabilità più che di competenze. Eppure, se c’è un messaggio che la generazione di Paolo Osiride Ferrero ci ha lasciato è che l’inclusione si costruisce con il merito, con l’impegno, con la fatica, con la competenza, anche quando il contesto non ti facilita. Lo slogan storico era: “Nulla su di noi senza di noi”. Oggi dobbiamo completarlo: “Nulla su di noi senza di noi, con competenza”.

Perché una società realmente inclusiva non si costruisce con la spettacolarizzazione della disabilità, ma con il contributo qualificato delle persone con disabilità. Non con la commozione di un momento, ma con la loro autorevolezza, la loro presenza nei luoghi decisionali, la loro capacità di incidere. Il 3 dicembre non dovrebbe essere la giornata del “raccontiamo storie che emozionano”, ma la giornata in cui ricordiamo che - come dice la Costituzione - è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli che impediscono a ogni persona di partecipare pienamente alla vita del Paese. E questo avviene solo quando le persone con disabilità non vengono applaudite perché disabili, ma riconosciute per ciò che sanno fare. -

*Direttore della Consulta per le Persone in Difficoltà