di Stefano Ferrio
Corriere della Sera, 31 maggio 2024
Attualmente introdurre o detenere cellulari costituisce reato. Giovanni Russo, Capo del dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, ascoltato in audizione dalla Commissione Giustizia della Camera, caldeggia una pronta e massiccia liberalizzazione. A proposito di “desertificazioni affettive” chi trascorre mezz’ora al giorno spettegolando di amorazzi e sconti da outlet sui jeans firmati, oppure giocando a Penalty Shooters fino a inebetirsi, destinerebbe dieci centesimi del proprio abbonamento mensile a chi vorrebbe telefonare ai propri cari dal carcere?
La provocazione nasce al termine di un percorso iniziato appurando che solo dentro un carcere aperto al mondo esterno come il Due Palazzi di Padova chi non è detenuto può “liberarsi”, anche per un’intera giornata, del proprio telefonino. Il quale, qui consegnato all’ingresso per ragioni di sicurezza, non è certissimo che nuoccia alla salute, anche se da decenni è oggetto di allarmi precauzionali lanciati da istituzioni come l’Organizzazione Mondiale della Sanità circa l’effetto delle sue radiazioni. Ma di sicuro ruba quantità esorbitanti di tempo alla nostra capacità di coltivare relazioni più sane e utili di quelle virtuali.
Ironia della sorte, a causa della tipologia di rete che ne consente l’uso, lo stesso telefonino è chiamato come il mezzo blindato a bordo del quale vengono trasportati i detenuti, i quali però desiderano comprensibilmente ben altri “cellulari”, che sono proprio quelli elettronici, grazie a cui comunicare con i propri cari, ovvero con chi all’esterno del carcere dà senso alla propria esistenza. Si parla di un uso “vitale” del mezzo, lontano anni luce dai giochini elettronici e dai chiacchiericci social che intasano la stragrande maggioranza del tempo trascorso al telefonino in regime di libertà.
Questo intreccio di paradossali contraddizioni è solo uno dei deformanti giochi di specchi generati da un’iniziativa come “Io non so parlar d’amore”, giornata nazionale di studi promossa dall’associazione Granello di Senape e dal periodico Ristretti Orizzonti. Un’iniziativa che per una giornata intera ha ospitato centinaia tra operatori, giornalisti e volontari all’interno del carcere Due Palazzi di Padova, trasformato nell’occasione in agorà dove fare il punto dopo la sentenza con cui, il 6 dicembre scorso, la Corte Costituzionale, dichiara l’illegittimità dell’articolo 18 della legge 26 luglio 1975, n. 354 (Norme sull’ordinamento penitenziario e sulla esecuzione delle misure privative e limitative della libertà). Il passo preso in esame come illegittimo è quello in cui alla persona detenuta viene vietata una libera e non sorvegliata intimità con un proprio partner.
Si profila dunque anche per l’Italia una liberalizzazione del sesso in carcere sulla scia di quanto da tempo avviene in Paesi come la Germania, la Svizzera, l’Albania, la Spagna, l’Olanda e la Romania. Il merito è anche di un magistrato di sorveglianza di stanza a Spoleto, Fabio Gianfilippi che, con un’ordinanza promulgata nel gennaio del 2023, ha sollevato il tema giuridico su cui si è espressa la Consulta. La portata di questa sentenza è sicuramente “storica” perché, come rilevato durante i lavori coordinati da Ornella Favero, direttrice di Ristretti Orizzonti, ora non si tratta di redigere un’apposita legge in materia, ma semplicemente di applicare nei fatti quello che i giudici ritengono un diritto inalienabile. A proposito del quale, nel dibattito di Padova, promosso da un’istituzione carceraria all’avanguardia, il cui direttore si chiama Claudio Mazzeo, non è mancato chi ha rilevato come esso trovi posto in una Costituzione scritta da molti che di carcere se ne intendevano, essendo stati detenuti durante la dittatura fascista.
I “tempi” ci stanno tutti. Se applicare il dettato costituzionale del 1948 ha comportato più di vent’anni per lo Statuto dei Lavoratori approvato nel 1970, e oltre trenta per il Sistema Sanitario Nazionale entrato in vigore nel 1978, per il diritto all’intimità dei carcerati è comprensibile un lasso temporale di tre quarti di secolo, il “minimo” che ci si possa aspettare da un Paese bigotto e burocraticamente insano come l’Italia. Problema toccato con mano quando da più parti è stato commentato come foriero di nulla l’ennesimo “tavolo di lavoro” annunciato da fonte governativa quale compensazione al no secco opposto dal sottosegretario alla Giustizia Andrea Ostellari all’ipotesi di sperimentare, proprio al Due Palazzi, le “stanze dell’amore” destinate ai detenuti.
L’urgenza del tema è accuratamente sottolineata dalla Corte Costituzionale che descrive come “desertificazione affettiva” quanto si contempla nel “paesaggio del carcere italiano”, alludendo a una brulla e aspra quotidianità estesa a familiari, partner di oggi e di ieri, compagni di strada, amici per sempre, avvocati per la vita. Gli stessi soggetti a Padova portati al centro di dolenti narrazioni su figlie di ergastolani sofferenti di epilessia, studenti ritrovati in carcere poco prima del suicidio, genitori ingombranti proprio perché assenti.
In attesa che tavoli di lavoro si riuniscano e concertino decisioni, addetti ai lavori come Giovanni Russo, Capo del dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, ascoltato in audizione dalla Commissione Giustizia della Camera, caldeggia una pronta e massiccia liberalizzazione delle telefonate nelle carceri italiane, dove attualmente introdurre o detenere cellulari costituisce reato. Perché chiamare a casa, o chi si ama, aiuta a vivere anche dietro le sbarre. Può fare bene rammentarlo anche dove le desertificazioni affettive riguardano noi che stando “fuori”, parliamo al vuoto mascherato da un nome scritto nell’agenda, o spendiamo fortune di tempo giocando a League of Legends assieme ad altri 180 milioni di fans. E se solo ognuno di questi ultimi destinasse non dieci, ma un centesimo al mese, alle chiamate dei detenuti, l’”affare” sarebbe sotto gli occhi di tutti.











