di Luigi Manconi
La Repubblica, 14 maggio 2021
Ad alimentare la stagione del terrorismo fu anche una parte deviata dello Stato. Ma, come ricorda Mattarella, la Repubblica prevalse. Nella densa intervista rilasciata, domenica scorsa, dal Capo dello Stato Sergio Mattarella al direttore di questo giornale, si ritrova quella categoria di "zona grigia" elaborata da Primo Levi nel magnifico "I sommersi e i salvati", pubblicato nel 1986, appena un anno prima che lo scrittore si togliesse la vita.
Secondo Levi, la zona grigia "possiede una struttura interna incredibilmente complicata, e alberga in sé quanto basta per confondere il nostro potere di giudicare". È una definizione essenziale al fine di leggere le circostanze storiche e gli eventi individuali e collettivi ai quali, nell'intervista ricordata, viene applicata quella formula. In altre parole, nel "giudicare" quell'epoca, accade che ci si possa "confondere": da qui, la necessità di una discussione, la più franca possibile. Sergio Mattarella, sollecitato da Maurizio Molinari, afferma che in quegli anni la "zona grigia" era rappresentata dalle "posizioni inaccettabili di alcuni intellettuali dell'epoca, che favorirono la diffusione del mito della Resistenza tradita". E, a proposito dello slogan "Né con le Br né con lo Stato", dice: "Oggi non si può neanche ipotizzare l'idea dell'equiparazione tra lo Stato e le Brigate rosse, senza avvertire incredulità e sdegno, ma neppure allora era legittimo farlo".
Intanto, va resa giustizia a Leonardo Sciascia che, in genere (non da Mattarella e non da Molinari) viene additato come l'autore di quello slogan. Lo scrittore siciliano, intervistato da L'Espresso (4 febbraio 1979), dopo aver affermato: "Naturalmente io mi sarei comportato come Guido Rossa", spiegava: "non ho mai formulato questo slogan. È nato dalla deformazione della mia valutazione negativa della classe politica italiana". E aggiungeva: "Io non ho nessuna affezione per lo Stato così com'è, ma ne ho molta per la Costituzione".
Ecco il punto cruciale: quella mancata affezione era in qualche misura motivata? Attenzione: "motivata", non "giustificata". Se infatti si ricorresse al secondo termine, si potrebbe arrivare con una logica tanto inesorabile quanto perversa a giustificare anche le conseguenze ultime di tale disaffezione, fino al terrorismo. E questo non si vuole fare in alcun modo.
Ciò che preme sottolineare è, piuttosto, che la mancata fiducia, fino alla critica più radicale e alla diffidenza più ostile nei confronti di "questo Stato", aveva radici tutt'altro che esili e nient'affatto immaginarie. La strage del 12 dicembre 1969 e la morte di Giuseppe Pinelli, precipitato tre giorni dopo da una finestra della questura di Milano, furono il fattore determinante per indurre in una parte dell'opinione pubblica e in settori delle giovani generazioni un atteggiamento di estraneità, quando non di avversione, nei confronti dello Stato. Sentimenti non immotivati, dal momento che, seppure in maniera parziale, anche la verità giudiziaria avrebbe accertato - ma solo dopo trentasei anni - le gravissime responsabilità di alti funzionari dello Stato.
Il Generale Gianadelio Maletti e il Capitano Antonio Labruna, appartenenti ai Servizi segreti, furono condannati in via definitiva per falso ideologico e favoreggiamento verso gli autori della strage (il gruppo veneto di Ordine Nuovo) e i loro ispiratori. Questi ultimi, nella sentenza della Cassazione del 2005, vennero individuati nelle persone di Franco Freda e Giovanni Ventura, non più perseguibili in quanto assolti in precedenza per lo stesso reato; d'altra parte, l'attività di "depistaggio" divenne fattispecie penale solo nel 2016: fosse stata introdotta prima nel nostro ordinamento è altamente probabile che altri funzionari dello Stato avrebbero seguito la stessa sorte di Maletti e Labruna.
L'intuizione di una responsabilità di uomini e pezzi dello Stato in quella e in altre stragi, così come le tante pieghe oscure della morte di Pinelli, trattenuto illegalmente oltre il tempo previsto dal codice, pesarono in misura rilevante su quell'atteggiamento di "disaffezione" di cui si è detto. Ne conseguì che l'eccidio di Piazza Fontana rappresentò una sorta di trauma originario che modificava le aspettative e i valori di ampi segmenti dei movimenti collettivi. In proposito, oltre a chi scrive, Adriano Sofri e Giorgio Boatti parlarono di "perdita dell'innocenza".
Fino ad allora, lo scontro politico e di piazza - pur aspro e, talvolta, violento - aveva rispettato un sistema di regole non dette ma condivise, e aveva fissato un limite invalicabile nella intangibilità della vita umana. Poi, in un contesto di crescente drammatizzazione del quadro politico e sociale, i morti della Banca Nazionale dell'Agricoltura irrompono come un evento sconvolgente: e introducono nel conflitto in corso un'arma spaventosa e non prevista.
Il sospetto che fosse una "strage di Stato" - ovvero, al di là delle forzature retoriche e ideologiche, che vi fossero coinvolti uomini degli apparati e delle istituzioni - non venne mai smentito in modo persuasivo. Si realizzò in quella circostanza, per una quota considerevole di giovani, una frattura nei confronti delle autorità pubbliche, mai adeguatamente sanata.
Sia chiaro, la formula "perdita dell'innocenza" fu messa in discussione in primo luogo dagli stessi che l'avevano elaborata, in quanto, già prima della strage di piazza Fontana, quella "innocenza" era tutt'altro che piena e incontaminata. E, tuttavia, fu Piazza Fontana a costituire il fattore di precipitazione di quel sentimento di angoscia (e di paura), traducendolo in un atteggiamento di aggressività politica, che contribuì alla nascita del terrorismo di sinistra. Detto questo, è proprio vero che, come afferma il Capo dello Stato, la Repubblica democratica seppe "battere il terrorismo senza venire mai meno alla pienezza della garanzia dei diritti fondamentali" e "senza leggi eccezionali"? Mi permetto di dissentire. Un esempio solo: una norma del febbraio del 1980, concernente misure urgenti "per la tutela dell'ordine democratico", prevedeva, per i delitti commessi con finalità di terrorismo, che i termini di durata massima della custodia preventiva fossero prolungati di un terzo rispetto a quelli ordinari: fino a raggiungere quasi i 12 anni.
E che non si trattasse di una rarità è dimostrato, tra l'altro, dal fatto che - come ricorda Andrea Pugiotto - in quegli anni la casa editrice Giuffré pubblicava una collana, diretta da Giovanni Conso, dal titolo "La legislazione dell'emergenza". Su un altro piano, ricordo ancora che nel 1982, a seguito del sequestro del generale Dozier, un certo numero di brigatisti subì sevizie tali da venire qualificate come torture, se allora il relativo reato fosse stato previsto dal nostro ordinamento.
Per questi fatti, quattro poliziotti furono condannati in primo grado e poi amnistiati; e uno degli autori delle violenze trent'anni dopo raccontò a Pier Vittorio Buffa de L'Espresso la dinamica di quegli abusi e le responsabilità di altissimi funzionari dello Stato. Infine, oltre che le valutazioni (sui movimenti della fine degli anni 60 e sulle riforme del decennio successivo...), sono condivisibili le parole conclusive del Capo dello Stato: "è la Repubblica ad avere prevalso" sul terrorismo rosso e su quello nero. E, aggiungo, sullo stragismo (almeno un po') "di Stato".











