di Luigi Manconi
La Repubblica, 25 luglio 2019
Gli arresti domiciliaci concessi all'ex governatore lombardo sono legittimi. Populista dire che si tratta di trattamento diseguale. Si può difendere l'indifendibile (Roberto Formigoni) in nome della forza del diritto e dei principi del garantismo?
Faticosamente, e forse contraddittoriamente, penso di sì. Formigoni e io ci siamo francamente antipatici da decenni e, da quando ironizzai sull'abbigliamento coatto-pop di una fase della sua vita politica, mi ha tolto il saluto. Ma questo, va da sé, è il più irrilevante dei suoi pubblici peccati, sui quali - dopo la magistratura - giudicheranno la sua coscienza e il suo Dio. Qui si parla d'altro. La prima considerazione è che il provvedimento del Tribunale di Sorveglianza è perfettamente legittimo: previsto, cioè, dall'ordinamento giuridico e dal regolamento penitenziario. Per chi abbia superato i settant'anni è possibile, infatti, espiare la pena "nella propria abitazione o in altro luogo pubblico di cura, assistenza e accoglienza".
A impedire tale opportunità avrebbe potuto essere la mancata collaborazione per acquisire nuovi elementi relativi ai fatti criminali attribuitigli, ma il Tribunale di Sorveglianza ha ritenuto che tale collaborazione fosse ormai superflua perché il processo già ha ricostruito "con pignoleria" la vicenda; d'altra parte, la procura ha dichiarato di non avere "elementi certi per ritenere, ma nemmeno per escludere" la persistenza dell'associazione criminale della quale Formigoni è stato parte.
Inoltre il Tribunale ha valutato positivamente il suo comportamento in carcere e quanto l'ex presidente ha detto nell'ultima udienza, riconoscendo il "disvalore dei propri comportamenti" (un po' poco, no?). Lo scandalo, tuttavia, resta e corre furiosamente sul web: cinque mesi, appena cinque mesi di galera! Si tratta di un sentimento che nasce dalla percezione di una insopportabile ingiustizia e di una intollerabile sperequazione che sembra - ancora una volta - privilegiare i privilegiati.
Non è una sensazione immotivata, ma non ci si può accontentare di questa. Intanto va ricordato che Formigoni non è stato "liberato", ma consegnato alla detenzione domiciliare e che questa è, a tutti gli effetti, una diversa forma di reclusione, con limiti, divieti e controlli.
Va sottolineato, poi, che al condannato sono stati sequestrati tutti i redditi e il patrimonio e che si è accertata l'assenza di qualsiasi pericolosità sociale. Ciò che resta, quindi, è quello che appare come un trattamento diseguale, a esclusivo vantaggio dei potenti, che rimangono tali, in virtù di risorse relazionali, amicali e di status, residuale ma non insignificante (come la disponibilità di ottimi avvocati).
L'argomento è tanto suggestivo quanto, a mio parere, fragile. Ed è argomento schiettamente populista, intendendo con questo termine qualcosa di assai più antico e solido della recente tendenza politico-culturale. È parte costitutiva della demagogia populista, infatti, l'idea, sostanzialmente reazionaria, che l'uguaglianza vada conquistata tramite il livellamento verso il basso, laddove qualsiasi politica di progresso dovrebbe muovere nella direzione esattamente opposta. Vale anche per il populismo penale, che tende a ricercare la parità intorno alle condizioni peggiori.
Perciò, se è vero come è vero, che nelle prigioni italiane sono numerosi i detenuti anche ultra ottantenni, il populismo vorrebbe che a Formigoni venisse imposta la medesima condizione carceraria. Qualsiasi progressista, invece, dovrebbe auspicare che a tutti i detenuti di età avanzata venga applicato il "trattamento Formigoni".
E dovrebbe riconoscere nel legittimo beneficio per lui adottato, una buona ragione, giuridica, morale, ma anche di argomentazione pubblica, per estendere quella misura a quanti si trovino nella medesima condizione. Insomma, la permanenza in carcere di persone anziane è, nella gran parte dei casi, non motivata da ragioni di pericolosità sociale, bensì da una situazione di svantaggio economico-materiale. Sono questi ultimi a trovarsi in una situazione illegale: trattarli "come Formigoni" significherebbe ripristinare la legalità.
E ciò in un quadro generale che vede il sistema penitenziario italiano tornare ai massimi storici di sovraffollamento, mentre si fa sempre più profonda la separatezza tra il carcere e la società. Il che corrisponde a un processo di rimozione (anche in senso strettamente psicoanalitico) della "questione criminale" come problema generale: dei reclusi e dei liberi.
Quella separatezza viene oggi incrinata da due eventi significativi: la visita del capo dello Stato nell'istituto romano di Rebibbia e il "Ferragosto in carcere" promosso dal Partito Radicale per i giorni 15-18 di agosto. Due segnali, così rari e così sottaciuti, di senso di responsabilità e di saggezza istituzionale. E la conferma che "Difendere l'indifendibile" (di Walter Block, Liberilibri) può non essere solo il titolo di un bel libro.










