di Massimo Lensi
Il Domani, 31 luglio 2024
In carcere manca tutto. Nell’istituzione totale dedicata a curare chi la legge viola, manca anzitutto il rispetto della legge. Un paradosso repressivo e disciplinare ma fino a un certo punto. Molte attenzioni si concentrano, infatti, sulle condizioni di vita dei reclusi e la fatiscenza degli edifici. Una sorta di fatale Bolero accompagna le modeste attenzioni. Si usano sempre parole adeguate: disumanità, condizioni di vita degradanti. Un altro recluso si è impiccato alla Dogaia, il carcere di Prato. C’era stata una rivolta in quel carcere. Normalmente una rivolta si accende a causa di un suicidio in carcere. Questa volta è accaduto l’opposto. Il giovane detenuto si è tolto la vita alla conclusione dei tafferugli. Un’anomalia. Gli eroi son tutti giovani e belli, ma non in carcere. Addirittura, in questa occasione, è stato modificato lo spazio semantico della parola “rivolta”.
Il principale ostacolo è nel campo della società dei liberi, alla quale non importa sapere come si vive, o sopravvive, nei nostri istituti penitenziari. È importante per essa appropriarsi di una sicurezza di natura ontologica: è in corso una guerra al crimine. In guerra si muore, si cade in battaglia o nelle retrovie. In guerra il suicidio è condizione di liberazione. Si potrebbe rispondere che non c’è bisogno di fare la guerra per vincere. Si perde comunque.
Il limite a questa teoria del diritto in chiave guerresca è abbastanza chiaro. La somma del diritto penale di tradizione liberale (che comunque accetta la clemenza di stato) con l’innovazione del populismo penale ha prodotto un blocco teorico insensibile a tutto, ai provvedimenti di demenza e ai miglioramenti delle condizioni di vita dei reclusi e di chi in carcere lavora, come gli agenti di polizia penitenziaria, sottoposti entrambi a un evidente stress suicidario.
Cito l’esperienza dei Cls, i Critical Legal Studies, dell’università di Harvard. Il movimento dei Cls sostiene che il diritto, ben lungi dall’essere razionale, coerente e giusto, come lo rappresenta il pensiero liberale (di cui il ministro Nordio è un alto rappresentante), è arbitrario, incoerente e profondamente ingiusto. Attraverso il metodo del “trashing” (letteralmente “setacciamento dei rifiuti”) si può smascherare il messaggio racchiuso nel discorso giuridico.
La regola del diritto è espressione dell’individualismo mentre lo “standard”, la decisione concretamente condizionata, si radica nella comunità e nei valori condivisi rendendo possibile la mediazione tra individualismo e altruismo. Sostiene Robert Gordon, uno dei maggiori esponenti dei Cls: “Il “diritto” è semplicemente uno dei molti sistemi di significato che la gente costruisce per far fronte ad uno dei più minacciosi aspetti dell’esistenza sociale: il pericolo posto dalle altre persone la cui cooperazione ci è indispensabile, ma che possono ucciderci o ridurci in schiavitù” (in Storie critiche del diritto, 1992).










