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a cura di Ornella Favero*

Il Riformista, 10 febbraio 2024

Sono davvero quelle che servono le competenze di un magistrato per la gestione delle carceri, cioè per l’amministrazione di una realtà complessa come quella degli istituti penitenziari dove oggi più di 60.000 persone scontano la loro pena? Sembrerebbero necessarie da una parte competenze amministrative come deve avere il manager di una colossale azienda di Stato, dall’altra, se si pensa che la Costituzione mette al centro dell’esecuzione penale la funzione rieducativa della pena, a gestire le carceri sarebbe straordinario se ci fossero le migliori competenze disponibili nell’ambito delle Scienze dell’educazione.

Se poi però si vanno a guardare gli organigrammi del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, si scopre invece che nei ruoli apicali ci sono magistrati. Dice Luigi Pagano, che è stato per anni ai vertici di quella Amministrazione, prima come direttore “storico” di San Vittore, poi come Provveditore e alla fine come Vice Capo DAP, ai tempi in cui per lo meno il Vice Capo era un amministratore e non un magistrato: “Il fatto è che nel nostro paese non c’è la cultura dell’Amministrazione: i Capi Dipartimento sono sempre magistrati, quindi se devo riparare l’auto vado da un meccanico, invece se devo far funzionare le carceri arriva un magistrato, che ha fatto magari anche splendidamente il suo lavoro, e si mette a fare l’amministratore, che è però tutt’altra cosa! Così viene a mancare la capacità di tradurre in amministrazione diretta, coerente, efficace quelle che sono le norme. Il problema è che il magistrato, se viene nominato dall’oggi al domani a capo delle carceri, non ha né un programma né l’esperienza necessaria, allora si circonda di persone di sua fiducia più per controllare che per dare le linee d’azione.

Ed è logico che così prevale la forza di coloro che si ritengono i depositari del sapere carcerario, gli agenti o, meglio, alcuni sindacati degli agenti, che raccolgono consensi anche dal clima di tensione in carcere”. Ma allo stesso tempo oggi sono proprio gli agenti di Polizia Penitenziaria, quelli che vivono ‘al fronte’ in sezione, quelli che pagano più duramente sulla loro pelle “i buchi neri” del sistema. Sui magistrati fuori ruolo che gestiscono le carceri il pensiero di dirigenti competenti come Luigi Pagano si incontra con quello del Terzo Settore, che ha un ruolo fondamentale nel costruire percorsi di reinserimento per le persone detenute, e che spesso si scontra con una gestione delle carceri, dove è schiacciante il peso della sicurezza rispetto a quello della rieducazione, che dovrebbe essere invece al centro dell’interesse della società.

Sostiene Nicola Boscoletto, presidente della Cooperativa Giotto, che gestisce nella Casa di reclusione di Padova una delle esperienze più significative di “lavoro vero” per i detenuti: “Se hai un problema al cuore vai da un cardiologo, se hai un problema all’impianto elettrico chiami l’elettricista. Che cosa ci azzeccano dei magistrati a gestire il recupero ed il reinserimento nella comunità sociale delle persone detenute? Come fanno, per dirla con le parole di don Bosco, a prendersi “amorevolmente cura di questi ragazzi”?

Allora ad andare prima in riformatorio e poi in carcere erano prevalentemente giovani. Oggi in galera ci stanno stranieri (18.414), non definitivi (15.106), tossicodipendenti (16.845). Persone spesso con problemi psicologici e psichiatrici e invalidità fisiche che aumentano con gli anni trascorsi in carcere. Il problema di chi gestisce le carceri è perciò da una parte avere le competenze specifiche nell’ambito del disagio, della marginalità, delle dipendenze e dall’altra che, quando a una persona viene inflitta una pena, finisce una fase e se ne dovrebbe aprire una nuova, con le finalità rieducative che la Costituzione affida a questo secondo momento fondamentale. Occorrono competenze che non sono sicuramente in capo a dei magistrati, tutto qui. Andare a fare una visita cardiologica da un elettricista? anche no”.

A decretare lo stato fallimentare del sistema carcerario è ormai la stragrande maggioranza degli addetti ai lavori, di chi quindi ha competenza per esprimere un giudizio: eppure continuiamo a curare un sistema malato senza rivolgerci agli specialisti giusti. Al Capo del DAP chiediamo allora di rilanciare proprio su questo tema il confronto e il dialogo.

*Presidente della Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia e direttrice di Ristretti Orizzonti