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di Andrea Malaguti

La Stampa, 16 marzo 2025

“Chi combatte contro i mostri deve guardarsi dal non diventare esso stesso un mostro. Quando guardi a lungo un abisso anche l’abisso ti guarda dentro”. Friederich Nietzsche. Stiamo guardando l’abisso. E l’abisso guarda dentro di noi. Sabato mattina, poche ore prima della manifestazione organizzata da Michele Serra in piazza del Popolo, a Roma, per chiedere più Europa e più pace, obiettivi larghi sui quali è difficile essere in disaccordo. Mi chiama Gabriele Segre. È a Gerusalemme, dove vive ormai da qualche mese. Gli chiedo come vanno le cose e lui, con la lucidità di sempre, mi racconta cosa succede a un mondo perennemente schiacciato dalla paura del conflitto, soffocato da una tregua destinata a non durare a lungo. Riflettiamo rapidamente sul fatto che ormai la parola guerra è entrata nei nostri discorsi quotidiani. Al pari della parola Trump. Non c’è un dibattito che possa farne a meno. Stiamo cambiando, inesorabilmente, un pezzo ogni giorno. Si trasforma il nostro modo di pensare. La scala delle nostre priorità. Siamo schiavi di un discorso pubblico che non lascia scampo, condizionato dalle scelte muscolari dei Grandi della Terra.

Siamo nelle loro mani. “Ho paura che il senso di disagio che si prova qui presto lo si respirerà in tutta Europa”, mi dice. Guardiamo nell’abisso. È tornato in Israele dopo sei mesi a Torino. La sensazione che gli rimane addosso è quella di una roccia scavata da una goccia che non smette più di cadere. “I sentimenti che avevamo nei mesi successivi al 7 ottobre sono sempre più presenti nelle nostre coscienze. Abbiamo paura che una soluzione non arriverà mai. La mancanza di fiducia nella politica è pressoché definitiva. Non credo la recupereremo. È qualcosa di irrazionale”.

Alla fine dell’analisi non so più se sta parlando di Israele o di Bruxelles, del Medio Oriente o dell’Occidente. Temo che non ci sia nessuna differenza e che la piazza di Roma sia lì per questo. La società civile che grida alla politica: avete fallito, dove siete spariti, non lo vedete che abbiamo bisogno di aria nuova, di meno armi e più idee? Applaudo anch’io a Michele Serra che dice: “Siamo tanti perché siamo un popolo, diversi ma europei”. Giusto. Buon punto di partenza. Ma ora?

Se fossimo nel 1951 il luccicante raduno romano sarebbe un trionfo. Settantaquattro anni dopo De Gasperi è frustrante essere ancora alle manifestazioni sentimentali, in cui bisogna fare slalom dialettici per evitare la parola Zelensky (con l’eccezione Scurati). Certo, in un Paese di servi sciocchi e osannatori a cottimo, questi trentamila partigiani del buonsenso riempiono il cuore. Anche se non è facile dire di che cosa. Siamo alla prepolitica. Il dibattito sui contenuti chi lo guida? Tre domande. Mandiamo le armi all’Ucraina? Non le mandiamo? Ogni Paese si muove per conto proprio o l’Europa, Gran Bretagna inclusa, crea una forza difensiva condivisa, comune, larga, capace di compensare il disimpegno americano nella Nato e di impedire alla Russia di spaventarci semplicemente facendo bu? Voto per la terza opzione. Adesso che l’ombrello americano si sta chiudendo, essere pacifisti diventa più complicato. Theodore White, grande cronista delle campagne presidenziali americane, ogni quattro anni scriveva un libro: “The making of the President”. La tesi dell’ultimo era: l’America deve scegliere se essere un luogo o una nazione. È esattamente il problema che ha l’Europa Se sei una nazione hai un proposito, se sei un luogo sei banalmente un terminale.

Ci penso mentre un collega torinese mi racconta la storia di Artemio, un bambino di sei anni, ucraino, che arriva nel Verbano assieme alla sua mamma per visitare la nonna che lavora come badante in una casa con terrazzo da cui si vede il Lago Maggiore. Artemio è ipnotizzato dalla bellezza di quel posto. Dalla pace. Ma non riesce a nascondere l’inquietudine. Dice alla nonna: “Dov’è la Russia?”. La nonna lo guarda con tenerezza. Lo prende e in braccio e gli chiede: “Perché vuoi sapere dov’è la Russia e non l’Ucraina?”. Il bambino la folgora. “Perché voglio sapere se i russi ci vedono”. Suppongo voglia dire: perché, se i russi ti vedono, ti sparano. Lo ha imparato sulla sua pelle. Aveva tre anni quando la guerra è iniziata. È cresciuto in un mondo fatto di esplosioni, fughe, case crollate, lacrime e paure. L’insicurezza è la sua unica compagnia. Così, quando vede passare gli aerei si chiede allarmato: “Non ci andiamo a nascondere nel rifugio?”. “No, piccolo, qui nessuno ti farà del male”. E, mentre osserva i bambini come lui che giocano sul prato, ragiona: Qui è bello, perché le sirene non suonano mai”. Questo fa la guerra sui bambini.

Dunque, che cosa dobbiamo ad Artemio? W la piazza, ma la politica che fine ha fatto? Chi prova a intestarsi l’energia buona trasmessa da un’adunata intelligente, colta, fine e aureolata di glorie antifasciste, ma che non può non sentire in maniera acuta la sua insufficienza? Oggi, dopo essersi detti un po’ enfaticamente, quanto fosse bello il Manifesto di Ventotene, ne occorre uno nuovo, contemporaneo, incardinato a ideali condivisi. Gli interessi di Roma, Madrid, Parigi e Berlino sono diversi da quelli di Varsavia, Tallin e Stoccolma e non si vede un leader continentale capace di comporli.

Lo spettacolo offerto questa settimana dall’Italia a Bruxelles è deprimente. Il governo è diviso, con la Lega salviniana spalmata sulle posizioni filo-putiniane incarnate dalla chiassosa portavoce di Mosca - Marija Zacharova - che attacca il Quirinale. E il Pd, incomprensibilmente lontano dalle posizioni del gruppo dei Socialisti Europei, che si spappola rinnegando le indicazioni di Elly Schlein. Il dentifricio è uscito dal tubetto. La segretaria è costretta a un braccio di ferro con l’ala senatoria e centrista del suo partito. Forse ha ragione Marco Follini quando dice che “il Pd raccoglie più di ogni altro partito la grande tradizione politica del Paese. Ma il Paese non risponde più alle logiche della politica e il Pd non sa più da che parte stare. Ed è inutile invocare un Congresso, quello lo ha già vinto Schlein nei gazebo. E lo rivincerebbe di nuovo”. Sembra un vicolo cieco.

Mentre mi allontano dalla manifestazione, un collega ottimista mi raggiunge. “Sei un fanatico delle citazioni, te ne regalo una di Seneca: non è perché le cose sono difficili che non osiamo, ma è perché non osiamo che sono difficili”. Non male. È più ottimista di me. Ormai il sole è calato da un pezzo e la piazza resta vuota, immersa in una oscurità senza rive. Lo ha sentito qualcuno il grido partito da Roma?