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di Angelo Picariello

Avvenire, 29 aprile 2026

È del tutto legittimo chiedersi perché sul caso Minetti ulteriori verifiche non siano state fatte durante l’interlocuzione tra magistratura e ministero della Giustizia, prima di arrivare sul tavolo del Quirinale. Nello stesso tempo va preservato il valore in sé del provvedimento di clemenza, basato sul possibile cambiamento della persona. La procuratrice generale di Milano Francesca Nanni che ha curato, con il sostituto Gaetano Brusa, il parere favorevole alla concessione della grazia a Nicole Minetti, ora non esclude una revisione di tale parere e la contemporanea apertura di un’indagine a carico dell’imputata. L’uomo della strada, con qualche ragione, si chiede se tali ulteriori verifiche non potevano esser fatte durante l’interlocuzione di prassi che deve esserci fra magistrati e ministero della Giustizia, prima cioè di far arrivare la richiesta sul tavolo presidenziale.

Vero è che - iusta alligata et probata, dicono i giuristi - la concessione della grazia è prerogativa discrezionale in capo al solo presidente della Repubblica, ma non si penserà che il Quirinale abbia in suo potere di attivare indagini parallele con periti e consulenti di sua fiducia, che detto così già suscita ilarità. Il che non significa che ora al Colle venga dato per buono il sovvertimento a mezzo stampa di un quadro che al momento descrive, col supporto di atti in apparenza dettagliati, un “cambiamento” dell’ex igienista dentale, tanto da motivare, agli occhi di chi l’ha emesso, il provvedimento di clemenza che le consente di dedicarsi a un minore in stato di grave bisogno.

In un panorama in cui la politica è spesso impegnata a proporsi come una sorta di quarto grado di giudizio, vestendo di volta in volta i panni dell’assistente sociale, dello psichiatra infantile o del giudice popolare, l’invito venuto lunedì da Mattarella è a fare ognuno il suo mestiere in leale collaborazione istituzionale. E stupisce che proprio da settori che si battono per l’indipendenza della magistratura dal potere politico venga ora l’attacco al Colle per non aver reso carta straccia una documentata istanza pervenuta dai magistrati per il tramite del ministero della Giustizia, “rei” in questo caso evidentemente di aver considerato possibile il cambiamento di una persona nell’immaginario collettivo legata in modo indissolubile al “padre” della mancata riforma della Giustizia, cioè Silvio Berlusconi.

Aspettando con fiducia l’esito dei promessi approfondimenti, si può fin d’ora sostenere che sarebbe sbagliatissimo però demolire il principio - umano, cristiano e soprattutto costituzionale - che una persona possa cambiare, in omaggio alla finalità rieducativa della pena da tenere sempre, in un Paese civile, dentro un principio di umanità. Principio su cui si fonda anche la grazia, che la Carta costituzionale indica fra le prerogative del capo dello Stato.