di Vanessa Roghi
Il Domani, 1 ottobre 2022
Se si parlasse seriamente di dipendenze, e non a mezza voce, tra risatine e stupida (stupita) sorpresa, forse le persone smetterebbero di morire. Soltanto un terzo di chi fa uso di sostanze riesce a uscirne da solo. I tentativi di aiutare gli altri sono passati dalle misure psichiatriche e coercitive alle comunità terapeutiche ai centri, con alterne fortune.
Nel 1984 Daniela Costantini, allora giovane psicologa del team di Luigi Cancrini, pubblicava una serie di riflessioni su un fenomeno relativamente nuovo, almeno in Italia: quello delle comunità terapeutiche. L’espressione, tuttavia, non era nuova, almeno per chi si interessava di psichiatria: richiamava gli esperimenti messi a punto dallo psichiatra Maxwell Jones nell’Inghilterra degli anni Cinquanta. Il movimento delle “porte aperte” nei reparti dove i “malati di mente” erano stati fino ad allora reclusi, la messa a punto di una nuova concezione nella cura della malattia mentale, l’idea che per superare l’istituzionalizzazione di un soggetto, ovvero la sua definizione entro uno schema rigido fissato dall’istituzione che lo ospita, bisognasse lavorare nella comunità in cui questo soggetto si trovava a vivere e, spesso, ad ammalarsi.
La comunità terapeutica, così intesa, in Italia era stata sperimentata da Franco Basaglia a Gorizia e, alla fine degli anni Sessanta, era uso riferirsi a ogni processo di trasformazione in atto a partire dal paradigma comunitario, soprattutto in ambito educativo (la comunità auto educante quando si parlava di scuola o della relazione fra scuola e città e così via).
Ma, rileva Costantini nel suo volume dal titolo Le comunità terapeutiche per tossicodipendenti, a inizio anni Ottanta l’espressione ha acquisito un significato completamente diverso a partire dalla diffusione di luoghi autodefinitisi “comunità terapeutiche” che niente avevano a che vedere con il progetto di Maxwell Jones.
Comunità per drogati - Questi luoghi erano le comunità per “drogati”, dove a volte vigevano contenzione, pratiche autoritarie e, sicuramente, una nuova istituzionalizzazione del soggetto. Mentre il malato di mente smetteva di essere “matto” alla fine degli anni Settanta e usciva dal manicomio, il soggetto dipendente da sostanze psicotrope diventava “drogato” e finiva in comunità.
“Sembrava in quel periodo che fosse scoppiato un vero e proprio boom delle comunità: nel clima di sfiducia e di demoralizzazione per i tanti fallimenti, una schiera di volontari faceva sentire la propria voce affermandosi come coloro che, senza soldi, senza preparazione tecnica e senza un riconoscimento giuridico, sapevano cosa era necessario fare per opporsi all’incalzare del fenomeno droga”.
Così, durante ogni iniziativa pubblica organizzata per discutere il preoccupante aumento degli “eroinomani”, non mancava mai lo scontro fra chi accusava i centri pubblici di essere “spacci di metadone” e quelli “privati” di essere luoghi dove si faceva il lavaggio del cervello ai giovani per allontanarli dall’eroina. Iniziava a farsi largo l’idea che le comunità fossero davvero, per usare un’espressione di Costantini, le “Lourdes della droga”.
Un’idea ancora oggi ampiamente diffusa, anche grazie alla pervasività narrativa di alcuni modelli diventati paradigmatici, come quello di San Patrignano, per esempio. Fuori dalla comunità non c’era salvezza (né alternativa). E anche se non era così, si iniziava a dire che gli interventi pubblici messi in campo dalla legge 685 del 1975 non avevano funzionato. Il dilagare delle “tossicodipendenze” ne era la prova.
Le misure coercitive - Ovviamente non possiamo sapere cosa sarebbero stati gli anni Ottanta senza i primi centri pubblici anti droga e l’assunzione di responsabilità in tema di dipendenze da parte del Servizio sanitario pubblico imposta dalla legge 685. Certo è, però, che a metà decennio serpeggiava uno scontento nell’opinione pubblica amplificato dai media grazie ad alcune prese di posizione eccellenti che invocavano misure coercitive, se non punitive, contro i “drogati”.
I primi a chiedere il ricovero coatto erano stati i familiari stessi, esausti, disperati, come raccontano le tante lettere che venivano pubblicate sui quotidiani e che i quotidiani continueranno, per un decennio, a pubblicare in prima pagina. Nel 1981 nasceva a Torino Lenad, la Lega nazionale anti droga, che dava voce alle “famiglie”. Fra i fondatori Piera Piatti, psichiatra. Contrari all’uso del metadone, visto come un “perpetuatore di assuefazione”, propugnavano il ricovero obbligatorio. Questa posizione è diventata, poco a poco, prevalente nella società italiana, o quantomeno nei partiti al governo, al punto che nel 1990 è stata reintrodotta anche la punibilità per chi possedeva una modica quantità di sostanze.
Una posizione che coincideva con una reazione epocale contro lo stato sociale. Una reazione (backlash) che giungeva da oltre oceano e spingeva verso una progressiva privatizzazione dei servizi che, anche se non si è mai realizzata, ha creato forti squilibri territoriali fra nord, centro e sud del paese. Si imponeva inoltre anche da noi il modello puritano così caro agli americani: il drogato deve fare mea culpa e riconoscere, nella comunità in cui va a rinchiudersi, l’autorità di un dio “superiore e amoroso” che lo guiderà fuori dalla dipendenza.
Il capo carismatico. Il modello delle comunità terapeutiche di questo tipo si fondava sull’idea che esistesse un’autorità razionale che doveva essere esercitata progressivamente al fine di rendere autonome le persone. Un’idea che, a pensarci bene, pervadeva anche il discorso sulla scuola e sull’educazione più in generale.
Sette e altro - Fra i primi e più controversi modelli di questo tipo c’è quello di Charles Dederich e di Synanon. Fondata nel 1958, Synanon è stata la prima comunità residenziale negli Stati Uniti, ma i suoi membri sono stati presto indicati come quelli di una setta. Tuttavia, a lungo, ha rappresentato la pietra angolare intorno a cui sono nate diverse comunità, piccole società alternative, che reagivano in modo “comunitario” alla crisi della società degli anni Settanta alla quale è attribuita l’origine della dipendenza. Nascevano però anche comunità autogestite. A Torino, per esempio, il Gruppo Abele, fra le prime realtà in Italia a operare in strada: poiché la comunità terapeutica tradizionale funzionava soltanto a partire dalla costatazione del fallimento individuale e della volontà di stabilire un nuovo percorso di vita, sul modello degli alcolisti anonimi, l’intervento in strada pareva a molti completamente inutile se non controproducente.
Che senso aveva salvare la vita a chi non voleva essere salvato? Così facendo, invece, si introduceva una visione meno manichea e più pragmatica sulla dipendenza da sostanze, che si è affermata soltanto molti anni dopo, e che possiamo semplificare con il concetto di “riduzione del danno”: ti aiuto a stare meglio, a stare bene, ad avere una vita dignitosa e in salute anche se non hai deciso, fino in fondo, di disintossicarti. Nelle prime comunità prevaleva un’opzione anti farmaco abbastanza diffusa: il metadone era visto con sospetto ed è stato così a lungo. Achille Saletti, per anni a capo di Saman, ricorda l’assoluta improvvisazione, lo sforzo di tanti volontari senza alcuna preparazione e soprattutto senza alcuno strumento: “Le strutture terapeutiche erano mandate avanti in modo empirico, improvvisato. In comunità per esempio non veniva dato niente, né farmaci né altro, si curavano le crisi di astinenza con la camomilla”. Al di là dei diversi modelli, fin dai primi anni Ottanta appariva chiaro a chiunque avesse davvero a cuore il problema che, comunque, non esisteva una ricetta buona per tutti e che nessuna comunità terapeutica garantiva al 100 per cento che non ci sarebbero state “ricadute”.
Così ha iniziato a imporsi l’idea, soprattutto a partire dai primi anni Duemila quando lo spettro delle dipendenze si è allargato e non riguardava più soltanto l’eroina, che occorreva una visione “sartoriale” della terapia che prendeva in considerazione il soggetto, la sostanza di cui abusava e il contesto in cui lo faceva. Un approccio sistemico che richiedeva una formazione raffinatissima che, troppo spesso, non era quella che i servizi pubblici (ma nemmeno i privati) mettevano in campo.
Come aiutare - Questo accadeva anche perché, mentre il problema droga diventava più complesso, si era per anni affermato un processo di unificazione dei servizi psichiatrici e per le dipendenze, tutto a discapito dei secondi. Un problema di non secondaria importanza in anni in cui le tipologie di abuso erano variate tantissimo.
Oggi, per dire, è la cocaina la bestia nera per definizione. Perché non esistono farmaci sostitutivi e perché è molto difficile da individuare come problema finché non vi si è dentro fino al collo. Ma troppo spesso si continua a guardare la dipendenza da cocaina in modo anacronistico o assimilabile a quella da eroina. Ovviamente le persone che hanno bisogno di aiuto non sempre se ne rendono conto o sanno a chi rivolgersi, né hanno gli strumenti culturali per agire in modo coerente con l’obiettivo di stare meglio. Secondo uno studio recente sulle comunità terapeutiche a cura di Maurizio Coletti e Leopoldo Grosso, “il numero delle comunità e degli ospiti accolti è in continua, leggera e costante diminuzione. Le strutture del privato sociale sono 821 tra residenziali, semiresidenziali e ambulatoriali. Nei SerD, al 31 dicembre 2020, erano in carico 125.428 persone, di cui in comunità terapeutica 9.769. Confrontando diverse fonti, in comunità viene trattato il 6-7 per cento dell’utenza complessiva”.
Questo significa che il resto dell’utenza passa dal Servizio sanitario nazionale, dai SerD. Eppure, secondo quanto scrive Anna Paola Lacatena, sociologa e studiosa del fenomeno, oggi “il nostro paese resta la realtà con il maggior numero di strutture presenti sul proprio territorio: 908 al 31 dicembre 2018, secondo il centro studi, ricerca e documentazione del dipartimento per le Politiche del personale del ministero dell’Interno”. Tra queste anche comunità sperimentali che propongono un mese di pausa dalla sostanza, particolarmente utile se il problema è la cocaina.
Si prende il tempo per capire chi si ha di fronte, un tempo che i servizi spesso non hanno, o che non possono gestire al meglio visto che arrivano individui ai quali sono stati prescritti farmaci dal medico del carcere, da quello dell’ospedale, e da quello del SerD.
Approccio sartoriale - Gli approcci sono molto diversi e variano, ovviamente, a seconda delle regioni e quindi degli investimenti pubblici (si passa dalle quattordici tipologie della Lombardia alle due della Calabria).
Le regioni virtuose sono quelle dove ci sono comunità specifiche per il policonsumo, per gli alcolisti, per coppie (troppo spesso il lato affettivo è stato negato in comunità), madri con figli, doppie diagnosi. Dove si lavora o ci si concentra sulla psicoterapia. Diurne o residenziali. Servizi che appoggiandosi sul terzo settore hanno integrato pubblico e privato, soprattutto là dove esistono dipartimenti per le dipendenze. Gratuiti, aperti al trattamento farmacologico ove indicato, universalmente orientati a continuare la presa in carico negli ambulatori territoriali SerD, dopo la dimissione. In questi luoghi si realizza, in qualche modo, quella visione “sartoriale”, su misura, necessaria in ogni storia di dipendenza.
Spesso capita, infatti, che venga inviata una persona in un contesto del tutto inappropriato alle sue esigenze (una donna giovane fra donne di mezza età) mettendo così in discussione i diritti stessi dell’individuo in difficoltà e l’efficacia dell’offerta terapeutica. Secondo Riccardo De Facci, presidente del Cnca, associazione che dagli anni Ottanta unisce una serie di comunità terapeutiche, “alcune regioni investono moltissimo, ma in questo momento i servizi non sono all’altezza delle richieste, siamo in una fase in cui gli operatori che hanno messo in piedi i servizi stanno andando in pensione e c’è un ricambio enorme della cultura dei servizi, che si rinnovano non sempre con le risorse adatte poiché non esiste una formazione adeguata e specifica all’università di medicina delle tossicodipendenze”.
Di fronte a 150.000-200.000 persone dipendenti in modo patologico da sostanze, 20.000 vanno in comunità terapeutica, 90-100.000 vanno avanti con un farmaco sostitutivo da almeno dieci anni riuscendo a vivere in modo assolutamente funzionale alle loro necessità e aspettative.
Questa cronicità è molto più diffusa di quanto pensiamo, ma la società (mezzi di informazione compresi) fatica a prenderla in considerazione, per cui continuano a esistere soltanto due tipologie umane: quelli che si drogano e quelli che non si drogano. E comunque dobbiamo domandarci: cosa ci aspettiamo da una persona che inizia un percorso di cura? Negli anni Ottanta la risposta sarebbe stata una e una soltanto: la sua disintossicazione definitiva. Il successo. Ma il successo cosa è?
Chi ce la fa e chi no - Un terzo delle persone che usano sostanze ce la fa da solo, magari cambiando città, innamorandosi. Un terzo va avanti, fra alti e bassi, con dipendenze decennali: dopo il servizio terapeutico trova un equilibrio, magari aiutandosi con un po’ di alcol, ma ce la fa. Poi ci sono quelli che non ce la fanno mai, che vivono tra ricadute continue, schiacciati da un desiderio molto più grande di loro, infelicità, condizioni di vita insopportabili. La loro morte spesso è da considerare come un suicidio atteso. Sono i più fragili. Non sono marziani. Sono figli, amici, genitori, vicini di casa, il ragazzo che incontriamo al bar tutte le mattine, la madre di una compagna di scuola di nostra figlia.
A volte sono persone celebri, che magari hanno solo “sfortuna” e che senza overdose avrebbero continuato a consumare saltuariamente droghe pesanti come hanno sempre fatto. Quando è morto il bravissimo attore Libero De Rienzo c’è stata una levata di scudi dei suoi amici affinché il suo nome non venisse associato in alcun modo al consumo di sostanze. Per vergogna. Ma vergogna di cosa? Se di droghe si parlasse seriamente, e non a mezza voce, tra risatine e stupida (stupita) sorpresa, forse le persone smetterebbero di morire. Certo, non abbiamo alcuna certezza in tal senso, ma varrebbe comunque la pena di provarci.











