di Riccardo Mazzoni
Il Tempo, 29 novembre 2021
Nel gennaio del 1995, il congresso del coordinamento radicale antiproibizionista fu ospitato a San Patrignano: fu un po' come se il diavolo in persona venisse invitato a parlare in chiesa, perché Pannella era lo storico fautore della legalizzazione della droga e Muccioli il più tenace assertore del proibizionismo di Stato di cui la sua comunità era diventata il simbolo.
Lo scontro tra questi due colossi segnò una lunga stagione della Prima Repubblica, culminata in un duello memorabile al Tg2 della sera, ma entrambi alla fine convennero nell'auspicio che nessun tossicodipendente dovesse più finire in carcere. Una questione che resta di stretta attualità, visto che un terzo delle persone detenute sono direttamente o indirettamente legate a questioni di droghe, e che dunque assume sempre più la rilevanza di una vera e propria piaga sociale, di un'emergenza che i lockdown Covid hanno ulteriormente aggravato.
Il dilemma, che si riaffaccia periodicamente sulla scena politica, resta lo stesso di quarant'anni fa: legalizzare le droghe leggere o inasprire le pene? Fu questa una delle più fragorose spaccature tra Lega e Cinque Stelle nell'alleanza gialloverde, e l'intervento a gamba tesa della ministra Dadone la sta riproponendo nel governo di unità nazionale. A settembre la sinistra ha votato da sola in commissione alla Camera - con l'astensione di Italia Viva - il testo base per la legalizzazione della cannabis, ma in Parlamento i numeri non ci sono, e il tentativo di importare in Italia l'apertura del nuovo governo tedesco per il suo uso a scopi ricreativi è destinato a fallire per la totale contrarietà del centrodestra.
Negli anni, comunque, sono stati aperti diversi varchi alla depenalizzazione delle droghe leggere. La maggioranza Pd-Cinque Stelle approvò addirittura un emendamento alla legge di bilancio 2021, poi approvata con la fiducia, che mischiava l'uso della canapa a fini energetici con quello a fini commerciali decidendo surrettiziamente la soglia oltre la quale la cannabis è droga: sotto quel limite, via libera alla vendita. Questo in spregio alle evidenze scientifiche secondo cui anche la cannabis a bassa concentrazione è ad altissimo rischio dipendenza.
Ma la stessa Cassazione aveva legalizzato la coltivazione di cannabis in casa, anche se in quantità minime sufficienti solo per uso personale. Una sentenza in contraddizione con tutta la precedente giurisprudenza costituzionale. Il quadro normativo su una materia così sensibile resta quindi troppo generico e lacunoso: il testo di riferimento è la legge 242 del 2016, che aveva come scopo principale quello di implementare la coltivazione della canapa, senza però citare espressamente quali siano le parti della pianta utilizzabili e destinabili alla trasformazione.
Una legge che ha autorizzato l'apertura di veri e propri market della marijuana light, andando ben oltre quindi l'uso ad esclusivi fini terapeutici, il cui significato fu ben simboleggiato dalla manifestazione "Hemp Fest" di Milano, una sorta di festival delle droghe leggere contrassegnata dallo slogan "Io non sono una droga", in palese contrasto con gli articoli 82 e 84 del Dpr del 1990 che perseguono penalmente chi istiga all'uso di sostanze stupefacenti o ne propaganda l'utilizzo.
Di fronte alla diffusione sempre più pervasiva della cannabis tra gli adolescenti, dare messaggi ambigui è pericoloso, e la distinzione fra droghe leggere e pesanti è fuorviante, perché tende a dare l'idea che esistano sostanze che non fanno danni.
E invece non è così, anche perché solo quest'anno sono comparse ben 44 nuove sostanze chimiche con componenti psicoattivi che incidono sul sistema nervoso centrale. Mentre aumenta la produzione di droga, calano i prezzi sul mercato, si allarga la platea e si abbassa l'età media dei consumatori, con la presenza di sostanze sintetiche sempre più potenti, la strada della legalizzazione sarebbe dunque una scorciatoia non solo azzardata, ma drammaticamente sbagliata.









