di Massimo Ponti
Left, 3 aprile 2020
Si stima che due detenuti su tre soffrano di patologie psichiatriche. Molti erano in attesa di trasferimento in strutture territoriali ma la pandemia ha bloccato tutto. Anche i colloqui familiari. Ora a migliaia si trovano a vivere in condizioni psicologiche ancora più precarie.
"È come stare in carcere". Quante volte in questi giorni abbiamo sentito pronunciare questa frase. Sentirsi limitati nei movimenti e negli spostamenti, nell'impossibilità di avere rapporti con gli altri, fa fare un accostamento, forse un po' azzardato, con la realtà carceraria. In realtà le differenze sono numerose e sostanziali.
Basti pensare al sovraffollamento, al vivere in sei in una cella di pochi metri quadrati senza un minimo di spazio vitale e di privacy, dove mantenere le distanze di sicurezza, in questo momento, è impossibile. Attualmente anche i colloqui familiari sono stati bloccati e i detenuti si trovano a vivere in condizioni psicologiche precarie.
Gli ultimi avvenimenti violenti ci danno molto da pensare: le rivolte che hanno visto la morte di 12 persone, le evasioni di mafiosi, la distruzione di infermerie e di tutti quei luoghi dove viene condiviso uno spazio sociale e d'incontro, come ad esempio la sala musica e la biblioteca.
Ci dobbiamo quindi interrogare su come i detenuti stiano vivendo l'emergenza imposta dal Covid-19 e tenere ben presente che, prima del coronavirus, le carceri erano già piene di persone affette da un altro virus, quello della malattia mentale.
Al 30 dicembre 2019 è stato stimato che dei 61mila detenuti presenti nelle carceri italiane, 41mila soffrono di patologie psichiatriche. In pratica due detenuti su tre. Molti erano in attesa di essere trasferiti nelle strutture territoriali (Rems) ma, a causa della pandemia, tutto si è bloccato. Immaginiamo che reazioni può aver scatenato, l'aver accarezzato per un attimo l'idea di uno spazio di maggiore libertà, dove fosse contemplata anche una possibile cura.
I rischi di slatentizzare possibili depressioni nascoste, in questa situazione di emergenza, sono altissimi come anche l'emergenza di esordi psicotici, di forti crisi di ansia, di disturbi da stress e forme di ipocondria. Inoltre, la sospensione improvvisa dei colloqui con i familiari, senza essere riusciti a trovare una valida misura alternativa ad essi, ha significato togliere ai detenuti l'ora d'aria e il calore affettivo che ne traggono.
In questo modo si possono sentire ancora più soli e abbandonati. Splendida è la lettera che un gruppo di detenuti di Rebibbia ha scritto al presidente della Repubblica Sergio Mattarella e ci piace trarne un piccolo brano: "...non siamo carne da macello ma abbiamo mogli, figli, madri, anche loro dentro una prigione virtuale, a casa che sperano di vederci sani e salvi (non dentro una bara). Questa cosa gliela urliamo a gran voce".
In questo momento di lockdown nazionale si fa largo un pericolo in quelle menti fragili o già colpite dal virus della malattia psichica. Virus che, a differenza del Covid-19, nasce nei rapporti malati e violenti ma ha la stessa potenza di contagio e infezione, e nella depressione può arrivare nei casi estremi al suicidio: dall'inizio dell'anno, siamo già a 13 suicidi su 41 morti tra le sbarre.
Per tornare all'emergenza sanitaria la situazione nelle carceri può diventare esplosiva se si creasse il presupposto di un severo contagio e anche per gli operatori che ci lavorano diventerebbe durissima, agenti, medici, psicologi, infermieri, educatori, come i loro colleghi ospedalieri che sono in prima linea e che rischiano tantissimo. È vero che il carcere è un mondo chiuso e l'isolamento è la difesa che la società attua contro chi sbaglia e non sta alle regole, ma se va in crisi per l'effetto della diffusione contagiosa del virus, va in crisi l'intero sistema e la tenuta psico-sociale di un intero Paese.
In questo momento per tutti gli operatori in prima linea sia dentro che fuori dal carcere sembra di giocare a scacchi con la morte come ci raccontava Igmar Bergman nel film "Il settimo Sigillo". Certamente tutto questo lascerà delle tracce profonde nelle nostre vite.
Siccome non stiamo di fronte a una maledizione divina come si credeva nel 1300 al tempo della peste nera dobbiamo pensare che tanto prima o poi verrà un nuovo dottor Semmelweis, un nuovo Fleming a cui noi porteremo una rosa.










