di Antonio Polito
Corriere della Sera, 3 dicembre 2023
Il rapporto del Censis, il declino del Paese e noi tra incubi e felicità. Siamo pessimisti perché le cose vanno male o le cose vanno male perché siamo pessimisti? Con inesorabile cadenza annuale, il Rapporto Censis ci ha messo un’altra volta di fronte al vero dilemma dell’Italia di oggi. Che, a ben guardare, non se la cava poi così male. Mai stata più sana, mai così occupata, mai più libera. Eppure, se chiedete agli italiani come va, riceverete in risposta un vero e proprio campionario di paure, timori, incubi.
Più della metà dei nostri connazionali pensa infatti che il clima diventerà incontrollabile, che povertà e violenza provocheranno il collasso della nostra società, che esploderà la crisi dei migranti, che ci sarà un cedimento finanziario dello Stato, che patiremo la siccità, che ci stiamo infilando in un conflitto globale e non abbiamo le necessarie difese contro il terrorismo. Ma se noi ci aspettiamo tutti questi sfracelli, e soprattutto se nel frattempo non facciamo nulla per scongiurarli, allora essi diventeranno anche più probabili. Da quasi un secolo sociologi e psicologi descrivono il fenomeno della “profezia che si auto-avvera”, a partire dal cosiddetto Teorema di Thomas: “Se gli uomini definiscono certe situazioni come reali, esse sono reali nelle loro conseguenze”. Il valore delle aspettative in economia è ben conosciuto. Se crediamo che i prezzi continueranno a salire, ci accaparriamo le merci al prezzo di oggi, e così domani costeranno di più; al contrario se i prezzi calano, aspetteremo che calino ancora prima di acquistare un qualsiasi bene, provocando così una depressione. Eppure certe volte, in certi momenti della storia, i popoli smettono di pensare in termini individuali, e si comportano come una comunità. Per esempio: non c’era alcuna buona ragione per scommettere sul nostro futuro alla fine della guerra, tra le macerie fumanti di un Paese distrutto e umiliato. Eppure gli italiani si misero a far figli e a far soldi, dando vita a un boom demografico ed economico che lasciò di stucco il mondo. Seppur senza figli, il Covid è stato un momento del genere: ci abbiamo creduto, come dicono gli allenatori di calcio, e ne siamo usciti, nell’ora più buia abbiamo trovato le risorse umane e materiali per farcela. Mentre oggi...
L’aspetto più sorprendente dell’analisi del Censis è proprio quello che il rapporto definisce il “sonnambulismo” degli italiani. E cioè: gli incubi notturni non si trasformano in energia al mattino, i presagi funesti non generano iniziativa e forza d’animo. Ma anzi abbattono, deprimono. E qui davvero la profezia rischia di auto-avverarsi.
Prendiamo la demografia. Se diventiamo pessimisti sul nostro futuro al punto che nel 2040 solo una coppia su quattro farà figli, l’Italia si restringerà, perderà milioni di cittadini, si rinsecchirà fino a non avere più le forze per resistere alle bufere della Storia. Se i nostri giovani penseranno che il mondo sta per finire, per il riscaldamento globale o per l’atomica o per la siccità o per l’intelligenza artificiale, finirà anche la loro voglia di mettere al mondo.
E ancora: se temiamo il collasso finanziario dello Stato, ci metteremo a risparmiare per evitarlo o daremo l’ultimo assalto alla diligenza che trasporta cioè che resta del denaro pubblico? E se il Paese di conseguenza vacilla, saranno di più o di meno gli italiani che cercheranno fortuna all’estero (sono già sei milioni)? E se davvero crediamo di non essere in grado di proteggerci dal terrorismo, o che stia per esplodere addirittura un conflitto globale, rafforzeremo le nostre difese militari o ci consegneremo alla sconfitta o alla conquista?
Molto dipende da come si comporteranno le classi dirigenti. Nei due tornanti storici che ho richiamato prima, le abbiamo viste all’opera. Il populismo ci ha insegnato a pensare invece che esse non contino, e conti solo quell’entità indistinta e astratta che loro chiamano ambiguamente “popolo” per ottenerne i voti. Non è un caso se da almeno un decennio i profeti di sventura di solito vincono le elezioni. Salvo poi a diventare inguaribili ottimisti una volta andati al governo, e perderlo poco dopo a vantaggio di chi sa vendere un nuovo prodotto sul mercato delle paure.
Classi dirigenti degne di questo nome, e non intendo solo i De Gasperi e i Mattei, gli Olivetti e gli Agnelli, i Borsellino e i Falcone, ma anche quel reticolo di donne e uomini di buona volontà che fanno andare il Paese ogni giorno, svolgono invece il lavoro opposto: trasformano le paure in speranze, lo scoramento in combattimento.
Speriamo. Dobbiamo sperare. D’altra parte il Censis ci ha stupito già altre volte in passato nel cogliere, dopo le crisi, i segnali delle riscosse. In fin dei conti non ci vuole molto, per gente come la nostra, a invertire una pericolosa tendenza al declino. Più di nove italiani su dieci dicono di preferire oggi la felicità delle piccole cose, il tempo libero, gli hobby, le relazioni personali. Siamo cambiati, diamo più importanza alla libertà che al sacrificio. Non è certo possibile ricostruire lo spirito dei pionieri degli anni 50. Ma la felicità delle grandi cose può e deve rientrare nell’orizzonte collettivo, se solo qualcuno saprà mostrare agli italiani che il loro destino è comune.










