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di Roberto Galullo e Angelo Mincuzzi


Il Sole 24 Ore, 26 febbraio 2020

 

Una circolare ministeriale non basta e non può bastare per affrontare l'emergenza coronavirus nei 190 istituti penitenziari italiani che ospitano complessivamente 60.769 detenuti di cui 19.888 stranieri (dati del ministero della Giustizia aggiornati a fine gennaio). I cinesi sono 226, pari all'1,1% della popolazione carceraria.

Proprio le carceri - come testimoniano i 32 casi scoppiati all'interno degli istituti di reclusione cinesi della sola provincia di Hubei e di cui si è avuta notizia la scorsa settimana - possono infatti rappresentare la nuova causa di diffusione incontrollata del virus. In spazi ristretti il virus ha infatti maggiore probabilità di propagazione, avendo come unica soluzione l'evacuazione delle celle e degli uffici del personale civile e di polizia penitenziaria.

Allerta rossa - Da sabato 22 febbraio i Provveditorati regionali della Lombardia e del Veneto sono entrati in fibrillazione. I motivi per correre, del resto, non sono mancati nel giro di appena 24 ore. Prima l'ordine di dare applicazione alla circolare del Capo dipartimento, Francesco Basentini e, di seguito, le allarmanti notizie che riguardano i focolai scoppiati nelle due regioni, con tanto di ricoveri e morti.

Dalle 17 del pomeriggio di sabato alle 2 delle notte della domenica, i direttori, i loro facenti funzione e i comandanti della polizia penitenziaria dei 16 istituti lombardi, che ospitano complessivamente 7.084 detenuti, hanno avuto una linea rossa diretta con il Provveditorato per capire ciò che doveva essere immediatamente eseguito ma per provare anche a capire cosa, di fatto, manca alle prime indicazioni giunte da Roma. La stessa cosa, più o meno, è accaduta in Veneto, che nei 9 istituti ospita 1.635 detenuti.

Prime indicazioni da Roma - Sabato scorso la circolare del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria (Dap), sostanzialmente ha affermato quattro cose.

Primo: il coordinamento tra istituti penitenziari e autorità sanitarie locali, "oltre agli altri eventuali referenti territoriali. Questi ultimi, però, non sono stati menzionati e dunque è un capitolo rimasto aperto".

Secondo: divieto di accesso nelle carceri di chiunque (familiare, operatore, insegnante, volontario o visitatore), provenga dai comuni di Codogno, Castiglione d'Adda, Casalpusterlengo, Fombio, Maleo, Somaglia, Bertonico, Terranova dei Passerini, Castelgerundo e San Fiorano.

Terzo: sono sospese, fino a nuova disposizione, le traduzioni dei detenuti verso e dagli istituti penitenziari rientranti nella competenza dei Provveditorati di Torino, Milano, Padova, Bologna e Firenze.

Quarto: è istituita una unità di crisi presso il Dipartimento - Direzione generale detenuti e trattamento, coordinata da Paola Montesanti, per assicurare il costante monitoraggio dell'andamento del fenomeno.

La voce dei sindacati - Troppe cose, però, restano irrisolte. Elencarle tutte è complesso ma a colmare qualche lacuna hanno pensato i sindacati degli agenti di polizia penitenziaria. Il segretario generale del S.PP. Aldo Di Giacomo, che ha scritto ai Ministri della Salute e della Giustizia, al capo del Dap e ai presidenti delle Regioni, chiede un'accelerazione alla campagna di prevenzione e di comunicazione sul coronavirus ma, soprattutto, sottolinea "l'insufficiente dotazione nelle carceri lombarde e venete di personale medico e sanitario e l'inesistente informazione che potrebbe contribuire in modo significativo nella diffusione del virus".

La lista della "spesa" - E via con l'elenco della dotazione essenziale di cui dapprima le carceri lombarde e venete e subito dopo le altre, avrebbero bisogno. La lista della "spesa" comprende termometri, mascherine, gel disinfettanti e tute speciali, considerando la molteplicità di accessi nelle carceri da parte di familiari e di personale civile, che rappresentano un rischio di trasmissione. "È opportuno spiegare a chiare lettere - continua Di Giacomo - che vista la situazione nelle regioni Lombardia e Veneto non sono più procrastinabili interventi di natura straordinaria che garantiscano la massima attenzione per evitare il propagarsi del virus all'interno delle carceri". Gennarino De Fazio, per la Uilpa Polizia penitenziaria nazionale, poche ore fa è tornato a chiedere la costituzione di una cabina di regia che informi, istruisca e guidi operatori e detenuti. "L'ingresso nelle carceri del coronavirus sarebbe devastante anche in ragione delle particolarità e la promiscuità dei luoghi in cui transitano, molto più di quanto si creda, una molteplicità di persone, e nei quali l'igiene e la stessa salubrità degli ambienti non sempre eccelle a voler essere eufemistici".

Il filone sanitario - Sul filone sanitario insiste anche Donato Capece, segretario generale del Sindacato autonomo di polizia penitenziaria (Sappe). "Non c'è alcun allarme Coronavirus nelle nostre carceri, per adulti e minori - afferma -, ma è auspicabile che si adottino le opportune cautele. La promiscuità nelle celle favorisce la diffusione delle malattie, specie quelle infettive. Se si considera che un terzo della popolazione detenuta è straniera, alla luce del collasso di sistemi sanitari esteri e con il movimento delle persone, si riscontrano nelle carceri tassi di tubercolosi latente molto più alti rispetto alla popolazione generale. Se in Italia tra la popolazione generale si stima un tasso di tubercolosi latenti, cioè di portatori non malati, pari al 1-2%, nelle strutture penitenziarie ne abbiamo rilevati il 25-30%, che aumentano ad oltre il 50% se consideriamo solo la popolazione straniera". L'epatite C è tuttora l'infezione maggiormente presente nella popolazione detenuta in Italia.

I protocolli interni - La premessa è che al momento dell'ingresso in carcere qualunque detenuto deve essere innanzitutto sottoposto a visita medica dopo l'immatricolazione. Se viene riscontrata una qualunque patologia, vengono attivati i protocolli sanitari di riferimento. Problema enorme e del resto accennato dalla circolare ministeriale, che al momento indica solo chi arriva dai comuni indicati, è quello relativo agli ingressi. Chiunque può arrivare da qualunque parte d'Italia e del mondo e chiedere, per motivi diversi, di avere accesso al carcere.

Chi entra e chi esce - Avvocati, le imprese che trasportano generi di prima necessità per le mense degli agenti e dei detenuti e volontari in primis. Ci sono poi tutti i datori di lavoro che hanno attività all'interno degli istituti, come cooperative sociali, associazioni e aziende. Un esempio? Le compagnie di call center hanno supervisori che entrano ed escono dalle carceri dove hanno filiali operative. Un altro esempio? Chi gestisce la manutenzione delle caldaie e degli impianti elettrici, oltre a chi gestisce servizi comunali (come la raccolta giornaliera dei rifiuti), operatori sanitari e docenti. Il carcere è una comunità a sé, una piccola città auto-amministrata. Pompeo Mannone, segretario nazionale delle Federazione nazionale sicurezza della Cisl, chiede per questo "di disporre i necessari controlli su tutte le persone che accedono, sia per quanto riguarda i nuovi arrestati sia per coloro che vi accedono a vario titolo per le normali attività garantendo il corretto svolgimento delle attività istituzionali". Sul punto, poche ore fa, il Sappe ha chiesto, come del resto accade negli aeroporti, la dotazione in ogni struttura penitenziaria dei cosiddetti "body scanner termici" per procedere ad un primo screening dei detenuti (e non solo).

Il nodo traduzioni - Un problema enorme è quello delle traduzioni dei detenuti. Non solo all'interno della regione ma in giro per l'Italia. Ogni anno sono tra i 100mila e i 120mila le traduzioni effettuate e, come scrive il Sappe al ministro della Giustizia Alfonso Bonafede e al direttore generale del personale e delle risorse del Dap Massimo Parisi andrebbe posta maggiore attenzione. Innanzitutto "ai poliziotti che giornalmente assicurano le traduzioni da istituti a luoghi esterni (ad esempio tribunali, ndr) e soprattutto sarebbe opportuno limitare al massimo le traduzioni ospedaliere assicurando solo quelle di massima e reale urgenza (...). Sarebbe il caso di limitare il più possibile le attività che prevedono contatti fisici tra detenuti e persone del mondo libero e, se necessario, contenere e/o sospendere anche i colloqui familiari e le uscite dei semiliberi e di quelli che lavorano all'esterno". Una circolare ministeriale non basta e non può bastare ma ha acceso comunque i riflettori su quella che rischia di diventare una "bomba" a orologeria.