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di Carlotta Sisti


Elle, 21 dicembre 2021

 

Il sondaggio di Women Beyond Walls rileva che il 70% dei gruppi che lavorano con le donne incarcerate non riceve fondi dalle associazioni per i diritti delle donne. Un'ingenuità contemporanea, o, a seconda dei punti di vista, una furberia frutto di interesse (parola che comparirà spesso in questo articolo) è quella che si impone di negare il legame tra marketing ed attivismo, in particolare quello che vive e parla attraverso i social.

Il dialogo intimo che parla di opportunismo tra ciò che è utile ad una società capitalista e ciò che è "spendibile", in termini di impegno e divulgazione, sulle piattaforme che del visivo, dell'immagine, si nutrono, è un dato di fatto. Ma è anche un tabù, che crea imbarazzo a chi s'è creato un possente seguito su Instagram o TikTok parlando dei temi caldi del momento. Non si vuole negare la sincerità di intenti che mira a sensibilizzare o anche a tramutare un pensiero in azione solidale, in una scesa in piazza o anche solo in un mutamento, piccolo o grande, dei comportamenti individuali.

Ma come analizzava Irene Graziosi in un pezzo che affondava nelle ragioni dell'attivismo performativo, questo stesso "non è una novità. Esiste da prima dei social, ma ha visto nuovo lustro grazie alla pandemia e a una spropositata quantità di tempo trascorsa a chiedersi come essere visti e far carriera. Assistiamo attoniti a quel conoscente un tempo ignavo che improvvisamente ha iniziato a farsi paladino di una qualunque causa etica pescata dal mazzo, di solito quella più vicina alla propria identità - niente è più semplice di parlare di se stessi". In quest'ottica di, di nuovo, interesse per chi ha in mano la, letteralmente, moneta di scambio tra divulgazione via social e topic trattati, ci sono inevitabilmente zone d'ombra, trascurate perché poco allettanti, escluse perché troppe prive di appeal.

Ecco, le donne carcerate, per usare un termine piuttosto truce e forse pure un po' desueto, non tirano. A dircelo, oggi, è l'avvocato e attivista Sabrina Mahtani, che denuncia come "il movimento femminista globale non si impegni nel sostenere le organizzazioni che lavorano con le donne in carcere, poiché i donatori evitano di finanziare progetti rivolti a persone con narrazioni "complicate". La complessità umana, i grigi, la fallibilità, non gode di grande sostegno: si preferisce decisamente seguire il flusso dell'attivista perfetto, che riesce a far combaciare in un solo essere umano, tutte le virtù care alla modernità.

Dal femminismo all'ecologismo all'anti razzismo all'anti omofobia fino all'alleanza con la comunità Lgbtqi+, tutto deve essere allineato, perché le sbavature, si sa, saranno, punite. Mahtani, fondatrice di Women Beyond Walls (WBW), afferma anche che molte ONG in tutto il mondo stanno svolgendo un lavoro vitale "sostenendo alcune delle donne più emarginate e trascurate" nella società, compresa la fornitura di servizi legali essenziali e la riduzione dei tempi di custodia cautelare, il il loro futuro resta comunque molto insicuro, in parte a causa di finanziamenti insufficienti da parte delle principali organizzazioni femministe e di altri donatori. In un sondaggio pubblicato da WBW, emerge che oltre il 60% delle organizzazioni che lavorano con le donne che vivono in carcere dice di trovarsi in una situazione finanziaria precaria, mentre più di un quarto ha affermato che potrebbero non essere in grado di continuare ad operare il prossimo anno, sempre a causa della mancanza di fondi.

Ma il dato forse più sorprendente, tuttavia, è che "oltre il 70% dei gruppi che operano al fianco delle carcerate di tutto il mondo, ha affermato di non aver ricevuto affatto finanziamenti dai gruppi per i diritti delle donne o dalle fondazioni femministe. "Le fondazioni che finanziano le organizzazioni femministe - ha analizzato con amarezza Mahtani - non sono interessate ai problemi che gravano sulle vite si chi sta dietro le sbarre". Per poi aggiungere quello che è il punto focale della questione: "In genere c'è una percezione negativa delle donne in carcere e delle detenute, ed è questa percezione che rende difficile alla società sostenerle, affiancarle. La questione del crimine non è mai un interesse (di nuovo) per la maggior parte dei donatori o finanziatori aziendali, che per la maggior parte scelgono di non associare il proprio nome alle carceri". Nel più ampio movimento per i diritti delle donne, dunque, è molto difficile che si decida di abbracciare il lavoro che gravita intorno al mondo delle prigioni, al punto che i finanziatori escludono di netto tali iniziative. E, inoltre, basano la loro argomentazione sul "piccolo" numero di donne carcerate, rispetto al numero di uomini (Sebbene manchino dati precisi, il Penal Reform International ha stimato la popolazione carceraria femminile globale a circa 740.000, all'incirca il 7% del totale globale).

Scarso appeal, scarsa partecipazione, scarsissimo investimento di denaro e anche di immagine. Mahtani, che è zambiana-britannico, pensa che le detenute siano "alcune delle donne più emarginate al mondo, e non dovremmo guardare ai numeri, dovremmo guardare a chi sono le donne che hanno più bisogno di sostegno e aiuto. Questo è un principio fondamentale dei princìpi di finanziamento femminista: finanziare coloro che sono più sottoposte all'oppressione di genere". Ci piace forse, nonostante i proclami di inclusività ed empatia, sostenere sì le donne, purché se si inseriscano nello stereotipo di ciò che è 'vendibile'? Probabilmente più di quanto si sia pronti ad ammettere.