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di Giuseppe Pignatone


La Stampa, 18 gennaio 2021

 

Tra le tante polemiche che investono oggi la magistratura una delle più frequenti è espressa dall'affermazione, formulata con riferimento soprattutto alla mafia e alla corruzione, che essa "non deve fare indagini sul fenomeno nel suo complesso, ma si deve limitare ad accertare la responsabilità di singoli in ordine a fatti specifici". In apparenza si tratta di una critica di natura squisitamente tecnica, che può sembrare addirittura inconfutabile. La realtà delle cose, come spesso avviene, è più complessa.

In relazione alla mafia questa affermazione è frutto di una non adeguata comprensione dei reali termini del problema. È fuori discussione che la responsabilità penale, come sancisce l'articolo 27 della Costituzione, è personale e che quindi ogni singolo indagato o imputato risponde solo per i fatti specifici a lui contestati. L'esperienza di questi ultimi decenni, quanto meno dal maxiprocesso in poi, ci ha però insegnato che per fenomeni come le mafie tradizionali le singole responsabilità possono essere individuate, e poi correttamente giudicate, solo se inserite nel quadro complessivo dell'associazione, della sua struttura e delle sue regole di funzionamento. Questo insieme di elementi deve quindi essere oggetto prioritario e imprescindibile di indagine e conoscenza anche in sede processuale.

La questione si pone invece, secondo me, in modo diverso per la corruzione, un campo in cui le polemiche e le accuse sono ancora più violente. In questo caso, (salvo errori o addirittura abusi, sempre possibili, che vanno perseguiti), la conoscenza del fenomeno "corruzione" in generale non può e non deve formare oggetto dell'indagine e del processo che devono restare limitati ai fatti specifici contestati alle singole persone. Anche se talvolta - e sempre più spesso - i fatti specifici sono numerosi e ripetuti nel tempo e anche se queste persone agiscono come componenti di associazioni per delinquere, tanto da giustificare poi nel linguaggio giornalistico l'uso di termini come "sistema" o "metodo" (fermo restando, è bene ricordarlo, che corruzione e mafia restano cose ben diverse).

La conoscenza del fenomeno complessivo, cui contribuiscono in modo significativo anche le informazioni acquisite nel corso delle indagini, costituisce piuttosto un patrimonio collettivo, di interesse per studiosi, operatori dell'informazione, comuni cittadini ed anche magistrati; ma soprattutto, io credo, per la politica e per il legislatore. Naturalmente, non sempre questa distinzione è chiara a tutti i protagonisti. Per restare alle cronache più recenti, possiamo ricordare la lettera del presidente della Regione Lombardia che è sembrata chiedere alla procura della Repubblica un'autorizzazione ad acquistare i vaccini anti-influenzali a trattativa privata, un placet che naturalmente i pubblici ministeri non possono e non devono dare. Oppure, in senso opposto, l'intervista dell'ex procuratore della Repubblica di Napoli il quale ha raccontato che nel 2010, di fronte alle strade della città piene di rifiuti, si interrogava con i suoi colleghi sul modo di "spingere i sindaci a intervenire, a darsi da fare", aggiungendo poi con evidente soddisfazione che la contestazione del reato di epidemia colposa "funzionò abbastanza bene, servì da sprone".

In qualche caso, invece, si ha la sensazione che con l'accusa alla magistratura di interessarsi del fenomeno invece che dei fatti specifici si voglia piuttosto dire che i reati di corruzione sono oggi troppo spesso oggetto di indagine e di giudizio. Bisogna allora ricordare non solo il principio costituzionale dell'obbligatorietà dell'azione penale, ma anche, più specificamente, che è stato il Parlamento a introdurre - per parlare solo degli ultimi anni - nuovi reati e nuove e più gravi sanzioni, prima nel 2012 con la cd. Legge Severino, e poi, nel 2019, con la cd. Legge spazzacorrotti. Come è stato ancora il Parlamento ad autorizzare l'utilizzazione di nuovi strumenti di indagine, per esempio il trojan, entro margini molto più ampi di quelli che erano stati fissati dalla Corte di Cassazione. Insomma, l'indicazione della corruzione come uno dei reati oggi più gravi e dannosi per la società, da perseguire in via prioritaria, con attenzione e impegno, viene dal legislatore. E i magistrati, forse è banale ricordarlo, devono applicare la legge.