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di Nadia Terranova


La Stampa, 13 maggio 2020

 

Il problema è sempre la narrazione. Aderire o divergere, tradire o assecondare, smentire o compiacere, la domanda che più ci riguarda resta quella: come vogliamo comportarci rispetto alla storia che, alle nostre spalle, il mondo si sta raccontando su di noi?

Silvia Romano, insultata, svalutata, bersagliata, minacciata di morte al suo rientro si è macchiata della più imperdonabile fra le colpe: non obbedire al rassicurante racconto costruito e proiettato su di lei, o meglio sull'unica certezza che avevamo, la sua immagine.

Il viso fresco, l'aspetto mite, lo sguardo fiducioso e giovane combaciavano senza dissonanze con la brava ragazza, svagatamente idealista, rimasta un po' bambina, ingenua e inconsapevole, bisognosa in fondo di un abbraccio o di due scapaccioni, due declinazioni solo in apparenza divergenti del medesimo sguardo paternalista.

Quell'immagine involontaria nell'ultimo anno e mezzo ha spaccato l'Italia, fin dal giorno del rapimento: Romano era odiata dagli odiatori e difesa dai difensori per gli stessi motivi, assurta a simbolo suo malgrado, identificata in istantanee che già appartenevano a un altro mondo, a un'altra era.

La foto di Silvia in mezzo ai bambini, con il viso imbrattato di colori e il sorriso schivo, veniva riproposta ogni giorno sulle bacheche dei social network, mentre la vera Silvia viveva rapimenti, nascondigli, fughe, il trascorrere inevitabile dei giorni.

Il tempo, semplicemente, passava: per noi in modo normale, per lei vertiginoso, per la sua foto indifferente. Fino al suo rientro e all'insorgere della complessità, la parola che i social network peggio sopportano. Come si è permessa la ragazza di non essere fedele al ritratto che ci aveva lasciato e sulla base del quale l'avevamo scelta come bandiera o come bersaglio?

Come si è permessa, lei che era dalla nostra parte, di scegliersi un'altra storia? Come ha potuto disobbedire a noi che la volevamo vittima, a noi che la volevamo colpevole? Come le è saltato in mente di sparigliare le nostre manichee litigate su Twitter, tradire quel suo aspetto che ci aveva promesso ingenuità da idolatrare o distruggere? Silvia, dovevi restare a casa, tanto più che noi ci stiamo da mesi per un virus che continua a sfuggirci mentre ci spinge sempre più in cattività; e tu cosa facevi mentre noi immobili perdevamo abitudini, affetti, amori, lavori?

Come ti sei permessa di trasformarti, amare, cambiare idea o fartene una, usare o farti usare, mentre noi chiusi nei nostri pochi metri quadri non facevamo che ringhiare? E poi ancora: se sei una donna con l'aspetto di bambina perché non abbassi la testa e ringrazi, e se proprio non vuoi allora perché non ti travesti da aggressiva e rispondi a quell'altro cliché? La venticinquenne sorridente e provata ma senza nemico, che addirittura osa sottrarsi all'idea di confermarcene uno, è troppo per un'umanità spiazzata da un virus che da mesi ci insidia dicendoci: il nemico non esiste, anzi potresti essere tu, forse nemico è il tuo stesso corpo di asintomatico positivo.

A essere minacciata di morte non è Silvia Romano, perché di lei, di ciò che davvero le è successo e di ciò che davvero sta pensando non sappiamo proprio niente, e, senza una gestione violentemente voyeuristica del suo rientro, avremmo saputo ancor meno.

Il bersaglio dell'odio non è una persona, sono certe difficili parole: complessità, pudore, pazienza, dubbio. Scomparse da anni dietro gli schieramenti e le gogne da social, la fame di sangue e quella di eroi, e all'improvviso ricomparsi nel viso di Aisha, la ragazza che ci guarda enigmatica e distante, e, dopo aver sofferto in un modo a noi ignoto, sempre a noi inafferrabilmente sorride.