L’Osservatore Romano, 15 novembre 2024
“Fuori dal carcere, il prima possibile e accompagnati” è la via doverosa per affrontare il problema della pena e del reinserimento. È l’assunto della Caritas Italiana, che ha organizzato il convegno Giustizia e speranza: la comunità cristiana tra carcere e territorio, svoltosi il 13 novembre a Roma, presso l’Auditorium della Chiesa di Santa Maria degli Angeli. “Un incontro per riflettere sulle condizioni di vita all’interno delle strutture detentive e sul ruolo che la comunità cristiana può e deve avere nella costruzione di percorsi di riscatto e integrazione”, ha spiegato monsignor Carlo Roberto Maria Redaelli, arcivescovo di Gorizia e presidente di Caritas Italiana, che ha aperto l’incontro, moderato da Daniela De Robert, giornalista, della Direzione Rai per la Sostenibilità.
Monsignor Redaelli ha citato Papa Francesco che, nella Bolla di indizione del prossimo Giubileo dedicato al tema della speranza, Spes non confundit, invita a essere “segni tangibili di speranza” anche per i detenuti, promuovendo, tra le altre cose, forme di amnistia o di condono e percorsi di reinserimento nella società. Secondo l’esperienza di molte Caritas e di tante altre realtà di volontariato, uscire il prima possibile dal carcere significa limitare gli effetti negativi della detenzione, che hanno ripercussioni sfavorevoli anche sui familiari, in particolare sui figli minorenni. Partiamo dai dati: attualmente, i 189 istituti penitenziari italiani ospitano 61.862 persone su una capienza di 51.196 posti; tra queste, 45.404 stanno scontando una condanna definitiva (le altre sono in attesa di giudizio). Per completare il quadro vanno aggiunte le 140.718 persone in carico agli Uffici di esecuzione penale esterna, di cui 91.369 stanno scontando una pena fuori dal carcere, il doppio di quelle recluse condannate.
Ciò significa che su un detenuto che è in carcere, due sono fuori. “Questo non deve assolutamente allarmare”, ha asserito monsignor Redaelli, “perché gli studi sulla recidiva, ossia il numero di persone che, dopo cinque anni dal fine pena, commettono un nuovo reato, è nettamente più basso per coloro che hanno scontato tutta o in parte la loro pena fuori dall’istituto penitenziario, e anche i costi sono nettamente inferiori rispetto alla detenzione in cella”. Un vantaggio sotto tutti i punti di vista, dunque. Senza contare gli effetti drammatici delle condizioni carcerarie in termini di suicidi, la cui incidenza è dodici volte superiore alla media della popolazione (80 al 6 novembre 2024). “Lo strumento penale dovrebbe intervenire solo per quelle situazioni ove non sia possibile agire altrimenti e, invece, si espande a dismisura, e nella sua versione più dura, inflessibile, che non consente ritorni”, ha affermato Mauro Palma, presidente del Centro di ricerca European Penological Center dell’Università Roma Tre.
“L’affidamento al penale è il risultato di un doppio fallimento: il fallimento delle regolazioni sociali intermedie, di spazi di comunicazione sociale, e il fallimento delle risposte, seccamente ristrette alla mera detenzione. Le attuali condizioni detentive sono sintetizzabili in quattro parole: affollamento, chiusura, tensione, fragilità, conseguenti e concatenate”. Nell’incontro si è parlato del ruolo della comunità nelle strutture di reclusione, del servizio sul territorio a sostegno delle persone in misure alternative alla detenzione e dell’impegno per costruire un modo differente di fare giustizia.
La Chiesa italiana, in particolare attraverso le Caritas, è attiva in molte iniziative, sia dentro che fuori dal carcere. In concreto, per quanto riguarda l’interno, come hanno illustrato Rosa D’Arca del Vic (Volontari in carcere) e don Rosario Petrone, cappellano del carcere di Salerno, viene offerto ascolto individuale, sostegno psicologico, supporto spirituale, distribuzione di beni di prima necessità, percorsi educativi, attività di gruppo, formazione professionalizzante, laboratori occupazionali e ricreativi. Per quanto riguarda l’esterno, operatori e volontari offrono accoglienze residenziali per chi non ha una casa, percorsi di inserimento lavorativo, accompagnamento educativo, sostegno alle famiglie, supporto ai figli dei detenuti.
Della comunità che lavora sul territorio hanno parlato Lucia Castellano, provveditrice dell’Amministrazione penitenziaria della Campania, per la quale è necessario un rapporto continuo di condivisione fra tutti gli attori coinvolti, e Alessandro Ongaro, della Caritas diocesana di Verona, che ha approfondito il tema della giustizia riparativa, un approccio che mostra come nell’incontro fra l’autore dell’offesa e la vittima possa avvenire quel riconoscimento reciproco di bisogni e sentimenti che è alla base della costruzione di legami solidi anche dopo eventi gravi.
I lavori della mattinata si sono conclusi con l’intervento del cardinale Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Conferenza episcopale italiana. Zuppi ha introdotto temi quali quello della cultura, necessaria perché permette di analizzare in modo corretto i fenomeni e di evitare un linguaggio inappropriato, con espressioni come “speriamo che marcisca in carcere”, frutto di ignoranza; della sicurezza, “che non si può regalare agli sceriffi di turno”; delle pene alternative, che “sono importanti ma devono avere le coperture necessarie in termini economici, di spazi e di strumenti”; di lavoro, “uno vero, che sia in grado di garantire condizioni dignitose”; di spiritualità, “una dimensione che bisogna sviluppare, uno dei più grandi aiuti che possiamo dare a chi è in carcere”; di attenzione, necessaria anche per le vittime. E ha concluso invitando i partecipanti, come fa Papa Francesco ogni volta che entra in carcere, a porsi la domanda: “Perché loro e non io?”. I lavori sono proseguiti nel pomeriggio con sessioni tematiche di approfondimento.











