sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Pietro Grasso

La Stampa, 20 gennaio 2025

Dopo l’approvazione alla Camera del ddl costituzionale per la separazione delle carriere dei magistrati, il ministro Nordio ha dichiarato di avere realizzato un sogno che inseguiva da trent’anni: speriamo non si trasformi in un incubo di gelliana memoria. Le tanto auspicate riforme della giustizia dovrebbero tendere a garantire celerità, efficienza e qualità. Invece questo “epocale” cambiamento appare solo una vittoria simbolica in spregio alla magistratura, una bandiera piantata con toni trionfalistici nel territorio nemico che, dopo la riforma Cartabia, appare solo costosa, ipocrita, inutile e dannosa.

Costosa, perché buona parte delle già scarne risorse umane, materiali e logistiche saranno sottratte per istituire un doppione del CSM e l’Alta Corte Disciplinare. Ipocrita, perché si vorrebbe impedire un passaggio da una funzione all’altra che nei fatti è già ridotto allo 0, 2%. Inutile, perché la fantomatica “Repubblica dei Pm” non esiste: il Pm nel sistema accusatorio è sotto il pieno controllo del giudice. Non può far nulla: né chiedere un sequestro, né un’intercettazione, né una cattura se non glielo consente il giudice.

Perché questi rimanga forte, indipendente ed imparziale rispetto alle richieste di un procuratore dipende soprattutto dalla sua professionalità. Il tema quindi è l’aggiornamento professionale del Pm soprattutto nella valutazione della prova, che deve in dibattimento reggere al contraddittorio della difesa e all’esame del giudice. Gli occorrono, quindi, esperienze, competenze, capacità, preparazione tecnica. La possibilità del Pm di incidere gravemente nella vita, nella libertà e nella reputazione dei cittadini deve essere costituzionalmente interpretata in funzione della grande probabilità di conferma delle sue tesi accusatorie. La mia esperienza personale, prima Pm e poi giudice nel maxiprocesso e poi ancora procuratore, ha arricchito la mia capacità di valutare con criticità le prove, tant’è che proporrei provocatoriamente che qualsiasi magistrato, prima di esercitare le funzioni di Pm, debba fare il giudice per almeno tre anni in un collegio penale.

Infine la riforma, per eterogenesi dei fini, sarà dannosa perché si corre il concreto rischio di accrescere il potere del Pm, di modificarne la natura e renderlo un organo squisitamente di parte, come accade nel sistema statunitense. Questo porterebbe a cercare sempre e comunque di far condannare gli imputati, al di fuori di quella funzione di garanzia, di organo di giustizia, attribuitagli attualmente dalla nostra legge, che lo obbliga ad accertare anche fatti a favore degli indagati. Una riforma dannosa inoltre perché inevitabilmente porterà il Pm a essere attratto nel raggio di influenza del potere esecutivo: del resto, è un dato di fatto che in tutti i Paesi in cui i Pm sono separati il Governo controlla l’esercizio dell’azione penale. Inoltre si andrà verso una sempre maggiore discrezionalità dell’azione penale, come dimostra il fatto che i relativi criteri di priorità sono già oggi devoluti al Parlamento.

Si replica che si tratta di un processo alle intenzioni, ma chi oggi è convinto assertore della separazione non può fornire alcuna rassicurazione sulla piena indipendenza del pubblico ministero di domani. Il ministro assicura che sarebbe necessario un ulteriore processo di revisione costituzionale, ma non si riflette abbastanza che l’art. 107, quarto comma Cost. prevede che “il Pm gode delle garanzie stabilite nei suoi riguardi dalle norme sull’ordinamento giudiziario”, per cui qualsiasi maggioranza potrà con legge ordinaria privarlo delle attuali garanzie di autonomia e indipendenza, punto irrinunciabile che per i nostri padri costituenti segnò la discontinuità con il precedente regime fascista.

Si è sostenuto che questa riforma può finalmente mettere accusa e difesa in perfetta parità dinanzi a un giudice terzo, ma non si tiene conto che questo principio costituzionale ha già trovato il suo vulnus nella riforma che impedisce al PM l’impugnazione delle assoluzioni in primo grado per una miriade di reati. Dopo l’abrogazione dell’abuso d’ufficio, questa riforma appare come un ulteriore passo verso l’esigenza della politica di indebolire l’azione giudiziaria. Ho vissuto un tempo in cui un procuratore generale invitava Chinnici a riempire di processetti Falcone per non fargli scoprire nulla attraverso le indagini nelle banche, che avrebbero rovinato, a suo dire, l’economia siciliana. Ordinaria amministrazione e basta, nessuna iniziativa: questo era il diktat. Non ostacolare il sistema di mafia, politica e affari.

Non vorrei che proprio quei tempi tornassero, che si voglia oggi di nuovo una magistratura prona al potere. Invece, alla luce degli attuali principi costituzionali, i cittadini devono guardare all’indipendenza della magistratura come un patrimonio insostituibile di democrazia da difendere, non come un privilegio di casta ma funzionale all’efficienza della magistratura e alla domanda di verità e giustizia che si leva dalla società. Presto non resterà che aspettare il giorno del referendum. Si spera che a questo appuntamento non si arrivi con una magistratura sempre più delegittimata, sotto attacco, rappresentata come politicizzata, a orologeria, impunita, irresponsabile e i magistrati considerati, come già avvenuto in passato, nemici da combattere, matti o utopisti, antropologicamente diversi o un cancro da estirpare. Credo però che la battaglia referendaria potrà essere un buon momento per risvegliare nel paese un autentico spirito, gioioso e determinato, di difesa dei principi costituzionali.